I locali della “Tradizione della Cucina Romanesca”

BOTTEGHE ROMANE

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Prodotti

I prodotti impiegati nella preparazione delle ricette devono essere freschi e variare a seconda della stagione, valorizzando la zona di provenienza Laziale del prodotto e la localizzazione del ristorante.

Il Menù

Il locale deve prevedere e pubblicizzare nel menù una proposta di “Menù degustazione della Tradizione della Cucina Romanesca” completo di primo piatto, secondo, dessert e vino, a prezzo dichiarato facendo riferimento a ricette tradizionali romanesche. Nell’ambito di tale menù è obbligatorio indicare la provenienza Laziale dei principali prodotti utilizzati (località del Lazio, produttore, cooperativa di produttori, consorzio di produttori, associazione di produttori, D.O.P., I.G.T. e prodotto tipico del Lazio) ed è consigliabile provvedere alla descrizione di alcune delle ricette, eventualmente a voce, utilizzate per la preparazione dei relativi piatti. 

 

La Carta dei Vini

Il locale è tenuto ad utilizzare una “Carta dei vini” che contenga nella parte iniziale una presentazione dei vini Laziali. Le proposte di vini Laziali devono inoltre essere anteposte a quelle di vini di altra provenienza.

Servizio, ambiente e promozione del territorio

 Il titolare, anche tramite i propri collaboratori, deve essere in grado di presentare e illustrare i prodotti utilizzati per la preparazione dei piatti e di evidenziare le caratteristiche in modo da valorizzare il territorio e la cultura locale. La presentazione e l’illustrazione è consigliata anche in assenza di esplicita richiesta da parte del cliente.
Il titolare e i suoi collaboratori con la loro consueta gentilezza, cortesia e competenza, si impegnano ad illustrare alla propria clientela il “menù tipico” e le relative bevande con particolare riferimento ai prodotti del territorio.
 All’interno dei locali devono essere individuati appositi spazi adibiti alla distribuzione del materiale informativo relativo ai prodotti Romaneschi ed agli esercizi aderenti al Marchio.
L’esercizio, nel rispetto della normativa vigente, può disporre per la vendita di prodotti tipici locali rientranti tra quelli che è autorizzato a somministrare.

Utilizzo e Promozione del Logo "La Tradizione della Cucina Romanesca"

Il titolare ha il diritto e l’obbligo di utilizzare l’apposito logotipo della  “Tradizione della Cucina Romanesca” (creato per evidenziare l’appartenenza e per facilitare il riconoscimento da parte della clientela) in tutte le proprie comunicazioni (menù, carta dei vini, brochure, dépliant, social media, sito internet, etc.) e posizionarlo all’esterno dell’esercizio in modo tale che sia visibile.
Sarebbe apprezzato e consigliato che il titolare , fatte salve situazioni particolari adeguatamente motivate, partecipasse alle iniziative ed agli incontri proposti dal Comune di Roma o dagli altri Soggetti dalla stessa delegati, al fine di promuovere e valorizzare il progetto.
Sulle carte del menu o su appositi cartelli esposti in modo ben visibile all’interno della sala da pranzo, devono essere riportati tutti i requisiti previsti per l’adesione al progetto “La Tradizione della Cucina Romanesca” e deve garantire la sussistenza di tutti i requisiti durante tutti i giorni di apertura dell’esercizio e nei confronti di tutti i clienti.
Il titolare deve infine sottoscrivere una specifica e formale dichiarazione nella quale attesti:
Il suo impegno in merito all’obbligo del rispetto di tutti i requisiti del progetto;
La sua piena condivisione del progetto e delle connesse finalità;
La sua volontà di adottare tutte le azioni più opportune per la promozione dei prodotti e del territorio;
Il proprietario del Locale ha la consapevolezza, che il logotipo è assegnato con riferimento ad un preciso locale e ad una precisa gestione e che ogni modifica di tali presupposti ne comporta la comunicazione al comitato organizzatore che provvederà all’accertamento che tutti i requisiti siano stati mantenuti. In caso contrario ciò comporta la revoca con conseguente divieto di utilizzo del Marchio.

Testimonianze

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Videoconferenza “Commercio di Roma: Presente e Futuro”- Mercoledì 22 Luglio ore 14.30

Abbiamo il piacere di comunicarvi che la Sindaca di Roma Virginia Raggi ha dato conferma della sua partecipazione alla nostra iniziativa “Commercio di Roma: Presente e Futuro” (QUI IL COMUNICATO STAMPA ) che verrà svolta in modalità Videoconferenza online tra Roma Capitale, i presidenti dei municipi di Roma e i maggiori rappresentanti delle Associazioni di commercio, un gruppo unito di associazioni e reti di impresa rappresentanti di 5000 aziende del commercio romano, al dibattito parteciperanno inoltre, politici locali e nazionali.

“Commercio di Roma: Presente e Futuro”- Mercoledì 22 Luglio ore 14.30

L’incontro sarà fruibile tramite LA NOSTRA PAGINA FACEBOOK (CLICCA QUI)

il giorno 22 Luglio alle ore 14.30 e conterà la partecipazione di tantissime realtà, con il fine di creare una piattaforma di dialogo diretta fra Commercianti e Istituzioni per discutere riguardo alle criticità del Commercio di Roma in questa delicata fase rimodulazione del commercio seguendo le norme di distanziamento dopo il lungo periodo di chiusura causato dalla pandemia del Coronavirus.

Saranno presenti all’incontro oltre alla Sindaca di Roma Virginia Raggi:

Enrico Corcos
Presidente Associazione Botteghe Romane

Monica Paba
Portavoce di Reti di Impresa e Associazioni del Commercio di Roma

Antonio Tajani
Pres. della commissione affari costituzionali Parlamento Europeo

Maurizio Gasparri
Pres. della Giunta delle elezioni e delle immunita’ parlamentari – Senato

Paolo Trancassini
V Com. Bilancio Tesoro e Progr. Camera dei Deputati

Francesco Zicchieri
Parlamentare

Marietta Tidei
XI Com. – Sviluppo economico e attività produttive, start-up, commercio, artigianato, industria, tutela dei consumatori, ricerca e innovazione – Regione Lazio

Marta Leonori
Consigliere – Regione Lazio

Andrea Coia
Pres. Com. IX Commercio – Roma Capitale

Stefano Fassina
Parlamentare e Consigliere Assemblea Capitolina

Enrico Stefano
Pres. Com. III Mobilità – Roma Capitale

Davide Bordoni
Vice Pres. Com, IV – Ambiente Roma Capitale

Andrea De Priamo
Vice Pres. Com, VI – Cultura, Politiche Giovanili e Lavoro – Roma Capitale

Andrea Casu
Segretario PD – Roma Capitale

I Presidenti e gli Assessori al Commercio dei quindici Municipi di Roma Capitale

Modera Claudio Verzola – Ufficio Stampa Associazione Eureca

Uva e vino, prodotti “sacri” della vite

Uva e vino sono prodotti di eccellenza nella tradizione e per l’economia del Made in Italy. Entrambi derivano dalla vite, una pianta arborea molto antica e sacra per i popoli antichi. È di tipo rampicante e per questo motivo deve essere attaccata a dei sostegni. Può avere diverse varietà: la più nota è la Vitis vinifera, che produce uva. Il suo apparato radicale può arrivare anche a misurare dieci metri di lunghezza e, se non potata, la pianta può risultare molto invasiva. Le foglie – note anche come pampini – sono costituite da cinque lobi distribuiti su una forma a base di cuore; in base alle loro caratteristiche peculiari sono in genere identificati i vari tipi di vitigni.

Il frutto della vite è l’uva. Costituita in grappoli, si tratta di una bacca di colore variabile – dal giallo al verde, dal blu al rossastro-viola. Dal loro succo si ricava il mosto, dal cui lavorato e maturato, si produce il vino. Uva e vino rappresentano prodotti di eccellenza del Made in Italy in tutte le loro varietà e denominazioni, rappresentano un forte valore economico ma anche culturale per il sistema Paese ed hanno usi molto variabili in cucina.

 

Vite, uva e vino nell’antichità greca e romana

Vite, uva e vino sono ovviamente legati a filo doppio tra loro nei loro usi antichi, nelle civiltà greca e romana. Sia i greci che i romani infatti ne avevano il culto, ciascuno con il suo dio: Dioniso per i greci e Bacco per i romani; con la relativa festa del Baccanale, per quest’ultimo. Il dio Bacco è da sempre rappresentato con pampini e grappoli d’uva intorno alla testa e con una coppa di vino in mano.

La coltivazione della vite a Roma fu importata dalla Magna Grecia, probabilmente dagli Etruschi, mentre la diffusione della coltura fu ad opera dei romani in tutte le terre di conquista in cui il clima era favorevole. 

La vite era considerata dagli antichi un simbolo di forza; di capacità di adattamento, data la capacità dell’uva di trasformarsi anche da distrutta, generando la bevamda inebriante quale è il vino. “In vino veritas” è appunto un proverbio latino che esprime bene questo aspetto: il vino aiuta a lasciare i freni inibitori e a dire quelle verità che da sobri non si confesserebbero. 

Oltre al mito, però, gli antichi romani usavano l’uva come frutta da tavola. La mangiavano con il pane, abbinamento questo che era particolarmente gradito da Ottaviano per via del sapore agrodolce che produceva. Galeno racconta che alcuni romani usavano mangiare, per due mesi continuativi, soltanto pane e uva o pane e fichi, alternando il pane alle focacce, restando perfettamente in salute. Da questa usanza deriva il detto “pizza e fichi”.

Gli antichi romani amavano molto il vino alla rosa (canina). Lo ottenevano immergendo nel vino bianco secco, i cinorrodi. Si tratta dei piccoli frutti di colore arancio-rossastro che spuntano sulla pianta di rosa al termine della fioritura. In alternativa o in aggiunta ai cinorrodi, i petali della rosa. Poi si aggiungevano corteccia di cannella macinata, miele e semi di finocchio. La macerazione durava un mese e poi si procedeva alla schiacciatura e filtratura. Al termine di queste operazioni il vino alla rosa si poteva servire.

Ciambelline al vino dei Castelli romani

Le ciambelline al vino sono un dolce sfizioso e tipico della romanità, molto diffuso nei paesi e nelle cittadine dei Castelli Romani. Ad ogni fine pasto in genere il ristoratore ne offre un po’ agli ospiti, oppure possono essere ordinate insieme al caffè o a un digestivo.

Per realizzarle, bastano come ingredienti: un bicchiere di olio (metà evo e metà semi); un bicchiere di vino, meglio se rosso; zucchero semolato; mezzo cucchiaino di lievito per dolci; un pizzico di sale; 650 grammi di farina 00. Si mescolano prima tutti gli ingredienti secchi, si realizza la classica “fontana”, dentro la quale di aggiungono un po’ alla volta vino e olio. La lavorazione milgiore per l’impasto è manuale e la sua caratteristica è essere appiccicoso, quindi non va aggiunta troppa farina. È questo che renderà croccanti le ciambelline. Lasciar riposare l’impasto circa mezz’ora, poi fare dei vermicelli della dimensione di un mignolo e chiuderli a cerchio; tuffarli nello zucchero solo da un lato ed appoggiare sulla teglia sul lato pulito. Informare a 180 gradi per almeno 30 minuti fino al grado di cottura desiderato.

I pomodori ripieni di riso alla romana

Tempo totale: 1 ora 30

Costo: medio basso

Complessità: bassa

12 pomodori maturi e rotondi

250 grammi di riso carnaroli

500 grammi di burro

aglio

prezzemolo

menta romana

Sale e pepe quanto basta

–      Lavate i pomodori e tagliate la calotta superiore.

–      Estraete delicatamente la polpa e il succo lasciandola insaporire in una ciotola con riso crudo, uno spicchio d’aglio, prezzemolo tritato, qualche foglia di menta romana, sale e olio quanto basta.

–      Amalgamate il tutto e lasciate riposare il composto per circa 12 ore in frigo.

–      Eliminate lo spicchio d’aglio dal composto e riempite i pomodori.

–      Chiudete ogni pomodoro con la propria calotta e il gioco è fatto.

–      Ponete i pomodori ripieni in una teglia spennellata d’olio e infornate per un’ora a 180°

–      Potete posare un fiocchetto di burro e un po’ di sale su ogni pomodoro.

“Meglio fresco”: Arturo e Mary, il mare, il mercato del pesce, la cucina della tradizione

Boccea, il pesce e il mercato: i tre elementi imprescindibili del banco di Arturo. Laddove la tradizione incontra la professionalità e la voglia di migliorarsi continuamente, Arturo e Mary portano in tavola dei sapori tradizionali che troppo spesso vengono dimenticati ma che fanno parte della cucina romana: quelli di mare.

Arturo è un ragazzo del quartiere romano di Montespaccato, lavora con il padre che ha un banco di pesce al mercato di via Boccea.

Il padre, originario di Taranto, ha trascorso la sua infanzia insieme ai pescatori e ha iniziato da ragazzo a vendere il pesce. Al figlio insegna a conoscere i diversi tipi di pesce, le loro caratteristiche, gli spiega come si riconosce la freschezza dei prodotti, come si consiglia un cliente indeciso suggerendogli le ricette per cucinare spigole, saraghi, sogliole, alici, tonni.

Arturo osserva e impara.

La qualità eccelsa e gli “scarti” prelibati.

Il padre gli racconta che un tempo i pescatori, quando andavano a vendere il pesce al mercato, tenevano per loro le parti meno pregiate, gli scarti, e li portavano a casa dove le massaie, con un paziente lavoro di preparazione, li trasformavano in piatti prelibati per le loro famiglie, pietanze divenute celebri nella tradizione gastronomica locale e poi nazionale. Gli rivela quindi i segreti della cucina marinara tarantina che impiega ogni parte del pesce, anche ciò che dai meno esperti viene scartato: le uova di pesce, il fegato di triglia e di coda di rospo, alcuni tipi di molluschi in conchiglia. Gli spiega come si preparano le alici sotto sale, il tonno sott’olio, la bottarga.

Di ciò che ha appreso dal padre Arturo non dimenticherà mai che la qualità del pesce deve essere eccelsa e che ciò che comunemente viene considerato ” scarto”, se sottoposto a sapiente lavorazione, diventa una pietanza prelibata.

 

Storia di tradizione e di amore

Nell’estate del 1987 su una spiaggia del litorale romano conosce Mary. Lei è una bella ragazza con gli occhi luminosi e un sorriso dolce e disarmante.

Si innamorano, si sposano e Mary va a lavorare al banco del pesce con Arturo al mercato di Via Boccea. Mary si appassiona a quel lavoro, impara velocemente, ha facilità di comunicazione con i clienti, diventa il braccio destro di Arturo.

Non si allontana dal lavoro nemmeno quando nascono le due figlie Annalisa e Sofia.

Suggerisce, consiglia e si rivolge a tutti con il suo sorriso luminoso.

Il loro banco al mercato è sempre affollatissimo e Mary e Arturo sono un binomio inscindibile: lui appassionato del suo lavoro, competente e riflessivo, lei entusiasta, creativa, istintiva. I clienti non riescono a immaginare l’uno senza l’altra.

Nel 2010 decidono di lasciare il mercato e di aprire una pescheria nella stessa zona in via Boccea. Hanno un’idea precisa: puntare tutto sull’eccellenza: soltanto pesce di qualità superiore, prodotti particolari di alcune zone marine introvabili in altri mari. Pesce reso pregiato dalla tecnica di pesca usata. Si dedicano a uno studio paziente sulle varietà di pesce, sulle tecniche usate per pescarle, sulle diverse zone marine in cui si trovano prodotti differenti: alici, spigole, sogliole, dentici, triglie nel Mar Tirreno, scampi e piccoli molluschi nell’Adriatico.

Offrono prodotti introvabili altrove: piccoli merluzzi pescati all’amo, telline da otto centimetri, tartufi e le alici e i molluschi in conchiglia che Arturo aveva imparato a apprezzare dal padre.

Sono appassionati di ostriche, studiano le varieta’ di questi pregiati molluschi, le sottili differenze a seconda della zona di provenienza e della tecnica di allevamento. Ogni anno in agosto si recano in Normandia a Mont Saint Michel dove seguono corsi presso gli allevatori locali.

La pescheria è sempre piena di clienti: a quelli del quartiere che già acquistavano da loro al banco del mercato si sono aggiunti clienti che vengono da tutte le parti della città, attirati dalla qualità e dalla varietà del pesce offerto.

Il “meglio fresco” della cucina romana

I cuochi più noti della Capitale vanno da “Meglio Fresco” a acquistare il pesce per i loro ristoranti esclusivi: Heinz Beck, Giulio Terrinoni, Roy Caceres, Angelo Troiani, Francesco Apreda, Alba Esteve Ruiz.

Qualcuno di loro si ferma a assaggiare frutti di mare appena aperti, qualche volta Mary prepara un’insalata di mare. Tutti sono deliziati da quel pesce freschissimo preparato con semplicità e chiedono quale sia il segreto, Mary e Arturo sorridono.

Decidono di tenere aperta la pescheria la sera e preparare qualche piatto per i clienti più affezionati. È un grande successo. In breve, si sparge la voce e in pochi mesi devono aumentare il numero dei tavoli del locale, attrezzare la cucina e renderla professionale.

Nel 2013 “Meglio Fresco” diventa una pescheria-ristorante. Di giorno si vende il pesce, la sera si cena a lume di candela.

 Il locale è meta di attori, giornalisti, politici, artisti che vanno da “Meglio Fresco” per mangiare i calamari ripieni preparati da Mary, gli scampi crudi, i merluzzi pescati all’amo, le alici e le ostriche selezionate rigorosamente da Arturo. I clienti prenotano con settimane di anticipo per trovare posto. Mary e Arturo lavorano instancabilmente da quando erano ragazzi con lo stesso entusiasmo di quando hanno iniziato.

Chiudono il locale soltanto la domenica e vanno al mare, da soli, sulla spiaggia dove si sono conosciuti trent’anni fa, non rivelano a nessuno la località, anche questo è un loro segreto.

 

Articolo di Susanna Donatella Campione

Melograno, il segreto della giovinezza e il simbolo della fertilità

Il melograno, detto anche melagrana, è il frutto dell’albero Punica granatum. La pianta, usata in molti giardini come ornamento, è originaria delle regioni del sud-ovest asiatico comprese tra la Tunisia e la Spagna. In Italia è diffusa in Calabria, Sicilia, Puglia e Lazio; in Veneto per le regioni del nord. La sua diffusione si deve a popoli navigatori come Fenici e Greci, ma anche ai Romani e agli Arabi. In giardino bene si adatta in forma cespugliosa o come alberello; si adatta anche ai terreni meno umidi e in vaso la varietà che rende meglio è quella nana. La posizione migliore è quella in semiombra.

Il nome melograno deriva dal latino, dalla combinazione di “malum” (mela) e “granatum” (con semi), e proprio per la sua caratteristica è diventata il simbolo per eccellenza della fertilità. Infatti il frutto del melograno, rotondo e dalla scorza coriacea di colore variabile dal marrone al rosso e che nasconde un cuore fatto di grani rossi, croccanti e aciduli, ricchi di succo e gustosi.

Il frutto, per le sue proprietà nutrizionali, è anche considerato un superfood e un antiaging, ossia un supercibo e un antietà. Il melograno infatti è un frutto ricco di polifenoli antiossidanti e di vitamina C; svolge una azione antibatterica e antinfiammatoria; aiuta a prevenire l’Alzeheimer e le malattie cardiovascolari favorendo anche il colesterolo HDL, il cosiddetto “colesterolo buono”. Insomma è un vero toccasana.

 

Il melograno e le antiche credenze

Nei paesi asiatici il melograno è tuttora utilizzato per combattere la sterilità; per molti popoli infatti, anche in occidente, è considerato un frutto in grado di stimolare la fertilità ed è simbolo di discendenza numerosa.

Gli antichi greci avevano consacrato la pianta ad Era, la moglie di Zeus, e alla dea dell’amore Afrodite. Le spose, inoltre, intrecciavano i capelli con rami di melograno.

Il melograno era usato anche nei riti magici: sia per invocare guarigioni che per augurare il male ad altri.

Nel cristianesimo invece il melograno era simbolo della perfezione e di ternità divina e dei suoi molti effetti; il succo rappresentava il godimento dell’anima nella conoscenza.

Nel cattolicesimo si mantiene il simbolismo legato alla fertilità, alla fecondità e all’amore; ma anche amore e unione cristiana nella Chiesa.

 

Succo di melograno, fresco e gustoso

L’utilizzo senza dubbio più conosciuto per il melograno è mangiarlo come frutto in tavola. Da alcuni anni però si diffuso molto, anche nei bar, il succo di melograno, considerato una vera squisitezza. Come prepararlo in casa?

La procedura è piuttosto semplice e veloce, ma bisognerà avere con sé almeno un frullatore e un colino / filtro. Ecco come fare. Aprire in due il melograno; estrarre i chicchi facendoli cadere in una ciotola, battendo dei colpetti sul lato opposto della scorza. Ripulire dalle parti bianche e spugnose. Mettere nel frullatore i chicchi a cucchiaiate, e poi filtrare il succo che ne deriva; potrà essere versato direttamente nei bicchieri, oppure può essere lasciato raffreddare in frigo. La conservazione casalinga del succo in frigorifero è di 2 o 3 giorni al massimo

Roscioli: L’arte del pane

Il Forno di Roscioli a Roma è sinonimo di pane, quello vero e della pizza bianca romana che tutto il mondo ci invidia.
Roscioli nell’arte della panificazione ha raggiunto un tale livello di eccellenza da essere richiesto da forni e ristoranti come maestro dal quale apprendere la tecnica.

Tutto inizia negli anni 70, quando il padre, Marco, rileva a Roma in via dei Chiavari, un antico forno del 1824.
I figli Alessandro e Pierluigi imparano dal padre l’arte di fare il pane e nel 2002 aprono anche un ristorante-gastronomia, dove si mangiano i cibi della tradizione romana e si possono conoscere le eccellenze gastronomiche di tutto il mondo.

Il forno è un vero laboratorio di ricerca. Pierluigi sorveglia con amore e solerzia ogni fase di preparazione di pane, pizza, biscotti, dolci. Nel tempo ha cambiato le farine acquistandole da piccoli artigiani e in alcuni tipi di pane ha sostituito il sale tradizionale con un sale grezzo della Normandia, un sale vivo per condire un impasto di lievito naturale vivo.
Per incontrare Pierluigi occorre entrare nella sacra stanza in cui troneggia il forno e lo si trova intento nel lavoro, con la farina sul camice, concentrato.

Pochi passi più in là in via dei Giubbonari si trova il ristorante – gastronomia.
Il locale ricorda le botteghe antiche che un tempo popolavano le vie di Roma: scaffali di legno scuro dove sono esposti i prodotti da acquistare, soffitto a travi e un banco di gastronomia con i cibi più buoni del mondo, serviti da salumieri in divisa bianca da chef.
Selezioni di grandi formaggi italiani e francesi, un parterre dei salumi nazionali e spagnoli più nobili, affiancati da piccole produzioni straordinarie e rare, tartufi, salmoni, alici, caviale, tonno: l’ECCELLENZA.
Al vino sovrintende Maurizio, sommelier di grande esperienza, che racconta con passione le caratteristiche di ogni bottiglia della fornitissima cantina in cui sono custodite preziose etichette ma anche vini di aziende emergenti.
Bianca e Giusy accolgono chi entra con il loro sorriso dolce e l’eleganza dei modi che deve essere una caratteristica di famiglia, infatti Giusy oltre a essere la moglie di Pierluigi è sorella di Bianca, e con fermezza e rigore coordinano il lavoro complesso del locale che non conosce sosta.

Da Roscioli ci si incontra, si fa la spesa, si impara a preparare i piatti della tradizione che Alessandro spiega con precisione e competenza, si mangia mentre si acquistano i prodotti, si chiacchiera con i ragazzi che muovendosi con abilità tra i tavoli portano cibi e bevande. Alessandro è molto riservato ma entra in contatto con il cliente in modo sorprendente, riuscendo a interpretarne aspettative, gusti, inclinazioni e così lo fa sentire a casa.

Di recente, nelle vicinanze, ha aperto il Caffè Roscioli, che lavora con miscele di caffè pregiate, selezionate con un paziente lavoro sugli aromi e sulle varietà, complesse quanto quelle del vino e produce piccola pasticceria ricercata.
Gente di tutto il mondo arriva da Roscioli per conoscere la famosa cucina romana e acquistare prodotti introvabili altrove.

Un orgoglio per Roma e per l’Italia, da tutelare come esempio di arte tramandata di padre in figlio.
Non è un caso che Roscioli si trovi nel quartiere di Campo dè Fiori, dove i nomi delle vie evocano i mestieri che vi venivano esercitati un tempo: via dei Giubbonari, via dei Chiavari, via dei Cestari, via Monte della Farina dove vi era un banco che accettava in pegno grano e farina e in particolare via dei Granari che da secoli ci ricorda che qui si faceva il pane.

Articolo di Susanna Donatella Campione

La menta, erba sacra romana, e le sue applicazioni

menta

La menta è una delle più note piante sacre romane. La sua storia e le sue applicazioni ancora oggi destano curiosità e ammirazione. Ne esistono molti tipi e tutti sono parte della stessa famiglia delle Lamiaceae/Labiatae: tra i tipi più conosciuti, ci sono la menta romana, la menta piperita e la menta mentuccia. La fioritura si verifica nel periodo tra giugno e settembre e l’altezza massima della pianta è di sessanta centimetri. La menta romana (mentha pulegium) è detta anche menta spicata; si tratta di una pianta perenne, con foglie verde scuro e infiorescenze color lilla. Richiede un terreno umido e deve essere innaffiata frequentemente; cresce spontaneamente sulle rive dei corsi d’acqua.

Menta e mito, alle origini di un tradimento

Dal latino mentha, già il nome riporta alla mente il mito greco della ninfa – figlia del dio dei fiumi Cocito – che ebbe una storia clandestina con Ade il dio degli inferi. La versione del mito narrata da Ovidio nelle “Metamorfosi”, vuole che la moglie Persefone li scoprì e, colta dalla furia della gelosia, smembrò la ragazza, che fu poi trasformata da Ade nella piantina che conosciamo oggi, ma condannata da Demetra alla sterilità. L’incantesimo non poté essere annullato da Ade, ma solo modificato: egli diede alla mentha la sua profumazione aromatica caratteristica che la rende ancora oggi una delle più apprezzata fuori e dentro la cucina. Ade fece in modo che la sua bellezza, se non esteriore, potesse risiedere nel suo particolare e inconfondibile aroma. La menta infatti fiorisce ma non produce frutti.

Menta, utilizzi nell’antica Roma

La menta è stata una pianta molto usata dai popoli antichi. I greci la utilizzavano in particolare nei riti funebri, dettaglio questo che rimanda anche un po’ alla mente la sua storia mitologica, sempre legata al dio Ade. Insieme al rosmarino, si pensava potesse coprire l’odore del corpo dei defunti. In modo simile, nelle operazioni di mummificazione, la avevano usata anche gli antiche egizi.

La menta, per eccellenza, è una pianta sacra dell’antica Roma. I nostri antenati italici la usavano per l’igiene e la pulizia del corpo e del cavo orale. Ne sfruttavano le stesse proprietà rinfrescanti e detergenti, che sono arrivate fino ai giorni nostri. Era però considerata un tranquillante, quindi da usare con moderazione per evitare la perdita della forza soprattutto in battaglia. Secondo Seneca infatti i soldati non dovevano mangiarla.

La menta in cucina, qualche idea

La menta in cucina è un’erba versatile, capace di donare alle pietanze un aroma senza pari. Un po’ in tutte le parti d’Italia è utilizzata per la preparazione di intingoli. Nei dolci è molto usata nell’abbinamento menta e cioccolato.

Nella cucina romana la menta è essenziale per la preparazione dei carciofi alla romana. Ecco la ricetta. Mondare i carciofi dalle foglie più esterne e più dure; tagliare la punta del resto. Parte del gambo si può mantenere. Condire i fiori con il trito di aglio, prezzemolo e menta; sale e pepe quanto basta; usare olio extra vergine di oliva. Mettere i carciofi a testa in giù in un tegame dai bordi alti, tenendoli stretti tra loro, e cuocere a fuoco lento a tegame coperto fin quando i carciofi non diventano morbidi e gustosi. Ogni tanto aggiungere un cucchiaio di acqua.

I carciofi alla romana possono essere usati sia come contorno, che come secondo piatto, a seconda della quantità scelta per la preparazione.

La menta può essere usata anche per insaporire la carne di agnello nella ricetta del famoso abbacchio alla romana. Va detto però che la prima scelta aromatica ricade su un trito di aglio, rosmarino e filetti di acciughe sotto sale.

Sambuca Molinari

Il 25 Aprile di quest’anno ci ha lasciati Antonio Molinari, all’età di 81 anni, l’imprenditore presidente di Molinari Italia che, insieme alla sua famiglia, rese celebre nel mondo la Sambuca, il liquore a base di anice stellata.

25 Aprile 2022: una ricorrenza storica per la nostra Nazione, ma una giornata che, in quest’anno, ha segnato anche il mondo dei liquori.

La storia della Sambuca si lega a quella dell’azienda fondata dal padre Angelo Molinari e con il quale lavorano i figli Marcello, Mafalda e, dal 1967, Antonio. La differenza tra questo fantastico liquore e i suoi competitori, è la rinomata ricetta a base di “anice stellato», e in quanto «pregiata», vi aggiunge la denominazione «extra».

Il prodotto comincia a diventare popolare tra gli anni cinquanta e sessanta, quando, splendidamente raccontata da Federico Fellini, a Roma esplode il fenomeno della “dolce vita» e nei locali di via Veneto si inizia a offrire la famosa Sambuca con un chicco di caffè; l’indiscutibile «Sambuca con la mosca».

Nel 1959 sorge il primo stabilimento ufficiale e l’azienda inizia a farsi pubblicità attraverso diversi spot televisivi e radiofonici con grandi testimonial come la top model Veruska, Walter Chiari, Sidney Rome, e il campione di Formula 1 Mario Andretti. Tra le curiosità e i vanti ricordati sul sito dell’azienda vi è anche la lettera scritta da Frank Sinatra nelle quali esprime il suo piacere e la prelibatezza di gusto della Sambuca (della quale era grande estimatore).

La notizia della morte dell’imprenditore: la notizia della sua morte è arrivata dalla sua famiglia che lo ha definito un “Uomo brillante e lungimirante imprenditore” e un lavoratore che “ha dedicato la sua vita all’azienda e alla famiglia”.

La passione e la dedizione che Antonio Molinari ha riposto nella sua azienda di famiglia e nella lavorazione del suo miglior prodotto è tutta racchiusa nell’avvolgente gusto di una Sambuca che, possiamo dire con estrema certezza, ha fatto la storia. 

Un profumo distintivo, una trasparenza apprezzabile, un sapore che ha conquistato numerosi palati in tutto il mondo.

Il Re della sambuca ci lascia un’importante eredità: la Molinari Sambuca Extra è uno spirito che prende origine dall’infusione fortemente addolcita dei semi secchi di anice stellato. Uno liquore con un tocco amabile, ideale per chi cerca un momento di pace e di coccola per se stessi o in compagnia.

Pallini, la storia dell’unica distilleria di Roma

Tra le più antiche e importanti aziende della Capitale, Pallini è un’azienda leader in Italia per quanto concerne la produzione di liquori e sciroppi. Ad oggi, dopo ben 140 anni di attività, in cui ha letteralmente imbottigliato la tradizione in modo da poterla rendere accessibile a tutti, Pallini resta l’unica distilleria di Roma.

Questa unicità si unisce al primato dell’esportazione in più di 35 paesi al mondo, dove Pallini è conosciuta per la produzione dello storico Limoncello Pallini, della Sambuca 313 e degli sciroppi dolci. 

Storia di una tradizione antica

La storia della famiglia Pallini affonda le sue radici nella tradizione pastorale abruzzese. Nicola Pallini, giovane proveniente da Civitella del Tronto – in provincia di Teramo – nasce in una famiglia di pastori, con cui inizia prestissimo a condividere la vita da ambulante nei mercati abruzzesi. 

All’età di vent’anni, Nicola Pallini ha imparato in autonomia le regole del mercato e decide quindi di spostarsi ad Antrodoco, una cittadina dove la rete ferroviaria gli consente di avere collegamenti più frequenti con l’Italia centrale.

Non molti anni dopo, Nicola Pallini abbandona l’idea di essere un mercante itinerante e apre il suo primo emporio: l’emporio Nicola Pallini. Si tratta di un luogo di scambi e un punto di riferimento per il commercio locale, dove Nicola inizia a vendere bottiglie di liquori prodotti da lui, dando inizio ad un nuovo business di famiglia, che sarà poi proseguito dai suoi figli.

Il trasferimento a Roma con Virgilio Pallini

Nel 1922 Virgilio, figlio di Nicola, decide di allargare le proprie vedute e di trasferire la propria attività a Roma, con la speranza (e la certezza) di poter ingrandire l’azienda e le sue prospettive. È proprio qui che, un po’ per fortuna, un po’ per destino, apre la prima (e dopo cento anni, ancora l’unica) distilleria di Roma.

Porta con sé le antiche ricette di famiglia e, proprio nel cuore della Capitale, Virgilio Pallini inizia a produrre quello che è diventato il simbolo indiscusso di Pallini: il Mistrà, il liquore di anice che tutt’ora viene utilizzato maggiormente per la correzione del caffè espresso. 

Pallini, un simbolo di professionalità e qualità

Nel corso degli anni, Pallini si afferma come simbolo indiscusso di qualità e professionalità, che imbottiglia le ricette tradizionali con la stessa passione con cui Nicola Pallini aveva iniziato nel suo piccolo emporio. Gli stabilimenti iniziano ad espandersi, a diventare più grande, così come l’azienda, che inizia ad ottenere riconoscimenti dal punto di vista internazionale. 

In particolare, il mercato statunitense si mostra estremamente interessato all’acquisto della Sambuca Romana, la cui esportazione cresce in maniera esponenziale, così come la produzione, che arriva a 600.000 casse l’anno. 

La costante ricerca di innovazioni

Nonostante l’indiscutibile priorità del mantenimento della tradizione, la mentalità imprenditoriale della famiglia Pallini continua a viaggiare alla velocità della luce. Alla fine degli anni 90, infatti, Pallini decide di provare nuove strade e cimentarsi nella produzione del Limoncello, il cui successo in Italia è ormai alle stelle. 

Nasce dunque il Limoncello Pallini, un liquore raffinato e che, nonostante l’industrializzazione, continua a mantenere viva la tradizionalità della produzione, imprigionando i profumi dei limoni della Costiera Amalfitana.

La Sambuca 313, nata per celebrare i 135 anni di attività, e l’enorme successo internazionale

Nel 2010, per celebrare i 135 anni dell’azienda, Pallini crea la Sambuca 313, in cui aggiunge alla classica Sambuca note di Sambuco, Cardamomo e Cannella. Non solo, per rappresentare un traguardo così importante, la Sambuca 313 viene imbottigliata in una particolare bottiglia serigrafata da collezione.

Negli ultimi anni, Pallini non si ferma e continua a produrre novità senza mai rinunciare alla tradizionalità. Dopo aver collezionato diversi riconoscimenti internazionali, nel 2013 lancia il Rum Gosling, che ottiene un ottimo successo internazionale e che conferma, ancora una volta, quando la dedizione e la professionalità facciano la differenza nella vita, come nel lavoro.

Pecorino Romano, tra gli ingredienti più antichi della cucina romana

È uno degli ingredienti più utilizzati nella cucina tradizionale romana e uno dei più amati da tutti gli appassionati di enogastronomia e, soprattutto, di formaggi. Stiamo parlando del Pecorino Romano, che si dimostra essere uno degli alimenti più antichi che esistono nella cucina romana.

 

Il Pecorino Romano è un formaggio a pasta dura, cotta ricavato dal latte fresco di pecore che pascolano liberamente nelle campagne laziali. Data questa caratteristica, le sue origini sembrano risalire direttamente all’antica Roma. Il Pecorino Romano, infatti, era già conosciuto all’epoca, quando veniva utilizzato per banchettare all’interno dei palazzi imperiali. Oggi, questo formaggio è riconosciuto come DOP, ovvero denominazione di origine protetta, la cui tutela è affidata all’omonimo consorzio.

 

Il Pecorino Romano nell’antica Roma

La sua versatilità e la sua lunga conservazione, inoltre, lo rendevano un alimento ideale per coloro che dovevano intraprendere lunghi viaggi, come soldati o gli stessi pastori. Da quanto si evince dagli scritti di Columella, nel De Re Rustica, sembra che gli antichi Romani amassero abbinare il Pecorino Romano alla zuppa di farro, creando così un piatto unico e salutare, perfettamente bilanciato tra carboidrati, grassi e proteine.

Ed è proprio Columella che, già nel I secolo d.C., ci parla di come il Pecorino Romano fosse realizzato:

“[…] il latte viene generalmente fatto rapprendere con caglio di agnello o di capretto (…) Il secchio della mungitura, quando sia stato riempito di latte, si deve mantenere a medio calore: non si deve tuttavia accostarlo al fuoco […] ma si deve porre lontano da esso, e appena il liquido si sarà rappreso dovrà essere trasferito in cesti, panieri o forme. Infatti è essenziale che il siero possa scolare immediatamente ed essere separato dalla materia solida […]. Poi quando la parte solida è tolta dalle forme o dai panieri dovrà essere collocata in ambiente fresco e oscuro, perché non possa guastarsi, su tavole più pulite possibile, e cosparse di sale tritato affinché trasudi il proprio umore.”

Pecorino Romano: caratteristiche

Il Pecorino Romano ha una consistenza compatta o leggermente occhiata ed è avvolto da una sottile crosta color paglierino, mentre il colore della pasta è generalmente meno intenso e più tendente al bianco. 

L’odore di questo formaggio è aromatico ma anche inconfondibilmente pungente, caratteristica che si riscontra maggiormente nei casi di stagionatura più prolungata.

La tradizione prevede la realizzazione di forme cilindriche, con un’altezza compresa tra i 25 e i 40 cm, e un peso compreso tra i 20 e i 35 kg per forma. La stagionatura minima affinché il Pecorino Romano possa essere messo in commercio è di 5 mesi.

Il Pecorino Romano nella cucina tradizionale romana

La cucina tradizionale romana non sarebbe la stessa senza il Pecorino Romano, e questo ormai è un dato di fatto. L’ampio utilizzo di questo formaggio costituisce uno dei capisaldi della tradizione culinaria nostrana, partendo dai grandi classici della cucina romana, come la carbonara, l’amatriciana e la cacio e pepe.

Proprio inerente all’amatriciana, tra l’altro, è interessante notare come la sua nascita sia avvenuta proprio durante la transumanza, quando i pastori, nell’affrontare un lungo viaggio, portavano con sé solo alimenti a lunga conservazione come – appunto – il Pecorino Romano.

Ma questo viene utilizzato anche in altri modi. Ad esempio, è tradizione diffusa a Roma quella di consumare il Pecorino Romano accompagnato da fave per festeggiare il primo maggio. 

Diamo il benvenuto a Angelico Gomme: da oltre vent’anni al fianco di tutti gli automobilisti romani

Angelico Gomme, “Per qualcuno le gomme sono tutte uguali: rotonde e nere. Per noi sono il mezzo di sicurezza più importante della vostra auto!”

 

Recita così lo slogan di Angelico Gomme, società nata nel 1998, anno in cui decide di rilevare la ventennale azienda Andrea Stabile Pneumatici. Un mestiere, quello del gommista, di fondamentale importanza in una città grande e caotica come Roma.

Angelico Gomme inizia il suo lavoro in Viale Angelico rilevando l’azienda già esistente e nell’arco di brevissimo tempo cresce vertiginosamente, affermandosi nel settore ed iniziando collaborazioni con marchi importanti del mondo degli pneumatici.

Parliamo di collaborazioni del calibro di Bridgestone, Kumhu, Michelin, Nokian, Pirelli, Nexen, Continental e Uniroyal, marchi che vedono in Angelico Gomme un rivenditore fidato e professionale, che cura con estrema dedizione i bisogni dei propri clienti, senza lasciarsi trasportare da nessun fattore se non dall’ottima resa del servizio ai suoi clienti. 

Nel 2005 apre il suo secondo punto vendita in Via Flaminia, presentandosi così ad una clientela molto più vasta e anche di tipo altolocato, come quella dei quartieri Flaminio e Parioli.

Dopo una parentesi di ben quattordici anni, le due sedi si riuniscono, questa volta nel punto vendita di Via Flaminia, concentrando tutte le sinergie di un personale più che qualificato e di una professionalità senza eguali, che da ormai più di vent’anni contraddistingue la Angelico Gomme.

L’azienda dispone di una vasta gamma di pneumatici di tutti i tipi e per tutte le stagioni, sui quali lo staff resta in continuo aggiornamento seguendo pedissequamente le nuove tecnologie e le nuove normative. Il servizio offerto da Angelico Gomme è un servizio rapido, efficiente e competente, che verte solo ed esclusivamente sui bisogni del cliente e – soprattutto – sulla sua sicurezza in strada.

ANGELINO GOMME S.R.L

Indirizzo: Via Flaminia, 437,

00195 Roma RM

Tel: 06 323 6923

Website: https://angelicogomme.it/

Diventa Sponsor di Associazione Botteghe Romane

Chi siamo?

L’Associazione Botteghe Romane è il sogno della Roma d’un tempo, il custode della tradizione romanesca. Nasce con l’obiettivo di tutelare, mantenere e valorizzare le attività produttive della Capitale attraverso una collaborazione costante con le istituzioni sia pubbliche che private e l’organizzazione di eventi formativi, informativi e promozionali.

 

Diventare sponsor di Associazione Botteghe Romane è un plus per la visibilità del tuo business all’interno di un gruppo di soci di valore.

 

Associazione Botteghe Romane è una rete di professionisti ‘dar core de Roma’ che include tante realtà storiche della Capitale unite nella volontà di preservare il patrimonio delle tradizioni di Roma per rilanciarle nel futuro.

Tra i soci ci sono infatti molte botteghe storiche – anche la più antica di Roma risalente al 1518 – che rappresentano da secoli l’autenticità del territorio, raccontando la sua storia, l’identità e la tradizione del commercio.

Una bottega può definirsi ‘storica’ dopo 50 anni di esercizio continuo, da parte della stessa famiglia con lo stesso settore merceologico. Così, la bottega storica diventa testimonianza sul territorio, della storia di una famiglia e di un mestiere.

Le iniziative dell’Associazione vogliono stimolare il rilancio di un turismo internazionale di qualità. L’obiettivo è quello di promuovere il territorio, aumentare la visibilità delle attività commerciali e attirare una nuova quantità di turismo dal mondo “prendendolo per la gola”.

Diventare sponsor di Associazione Botteghe Romane significa non solo entrare a far parte di una rete, ma ottenere, tra i propri servizi, delle strategie di marketing e comunicazione su misura per ogni attività.
Esposizione permanente del vostro logo sui nostri canali istituzionali, video-pillole, articoli ad hoc: ogni nuovo sponsor potrà scegliere tra questi e molti altri servizi consultando i nostri tre pacchetti comunicazione pensati per soddisfare le proprie esigenze.

 

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Crostatine con fragoline di Nemi: ricetta tradizionale

Abbiamo già visto come le fragoline di Nemi vengono ampiamente utilizzate in cucina per la preparazione di dessert, tanto da meritarsi una sagra tutta dedicata al loro inconfondibile sapore, che si tiene ogni anno nel mese di giugno.

 

Una delle preparazioni più tipiche, se non addirittura la più tradizionale, è quella delle famose crostatine con le fragoline di Nemi. Passeggiando per le vie del piccolo borgo di Nemi, infatti, si possono incontrare decine di bar e pasticcerie che vendono questo dolce locale così semplice ma così buono e gustoso da far venire l’acquolina in bocca solo a parlarne. 

Oggi impariamo insieme a prepararle, seguendo la ricetta tradizionale che si tramanda di generazione in generazione. 

Ingredienti

Per preparare le crostatine con fragoline di Nemi abbiamo bisogno di una serie di ingredienti, per andare a creare la frolla e la crema pasticcera.

Tra gli ingredienti per la frolla avremo bisogno di:

  • Farina 00 300 gr
  • Burro freddo 150 gr
  • Zucchero semolato 100 gr
  • Tuorlo d’uovo 1
  • Latte (2 cucchiai)
  • Scorza grattugiata di un limone biologico
  • Un pizzico di sale

Tra gli ingredienti per la crema pasticcera, invece, ci serviranno:

  • Tuori d’uovo 3
  • Latte intero 300 ml
  • Zucchero semolato 35 gr
  • Amido di mais 15 gr
  • Scorza grattugiata di mezzo limone biologico

Per completare, poi, avremo bisogno di zucchero a velo e di fragoline di Nemi… a volontà!

Preparazione della frolla

La preparazione della frolla per le crostatine con fragoline di Nemi è molto simile alla frolla tradizionale. 

Una volta raccolti tutti gli ingredienti, creare una fontana con la farina e inserirvi all’interno il tuorlo d’uovo, lo zucchero, il sale, la scorza di limone e il burro freddo. 

Procedere impastando la frolla a mano e velocemente, ma facendo attenzione a non riscaldarla troppo, per arrivare a creare un panetto liscio da riporre in frigorifero per almeno un’ora.

Preparazione della crema pasticcera 

La crema pasticcera utilizzata nelle crostatine con fragoline di Nemi è una crema che si può realizzare in pochissimi minuti. Basterà scaldare in un pentolino (senza portare ad ebollizione) il latte, lo zucchero e la scorza di limone. 

Nel frattempo, mescolare i tuorli con l’amido di mais e poi versarci dentro il latte, ormai scaldato, filtrato in modo da non includere i grumi della scorza di limone. 

Dopo aver unito le uova con il latte, riportare il tutto sul fuoco e continuare a mescolare finché non si addensa. 

Preparazione delle crostatine con fragoline di Nemi

Una volta preparate sia la frolla che la crema pasticcera, siamo pronti per preparare le nostre crostatine con fragoline di Nemi!

Per procedere, stendere la pasta frolla e lasciarla con uno spessore di circa 3 millimetri. Una volta stesa, utilizzarla per rivestire delle formine e bucherellarla con una forchetta. 

Infornare le basi di frolla in forno statico preriscaldato a 180° e cuocere fino alla doratura della pasta frolla, generalmente per circa 10 minuti. Una volta sfornate, lasciar raffreddare le basi per nostre crostatine con fragoline di Nemi. 

Una volta raffreddate, farcire con la crema pasticcera e decorare con le fragoline di Nemi e zucchero a velo. 

Voilà! Le crostatine con fragoline di Nemi sono pronte per essere gustate in qualsiasi momento della giornata: dalla colazione, alla merenda, al dessert dopo una cena romantica!

Le fragoline di Nemi: il frutto di Venere lasciati sulla Terra

Piccole, rosse e dolci, le fragoline di Nemi sono un prodotto locale della regione Lazio la cui particolarità è riconosciuta in tutto il Paese.

La loro storia ha radici antiche che si perdono nella mitologia e che riportano indietro nel tempo, a quando gli antichi romani ne celebravano la nascita con sontuosi festeggiamenti.

 

I Castelli Romani, alle porte della Capitale, ospitano tante di quelle eccellenze locali da far mancare il fiato. Dai vigneti da cui vengono prodotti i famosi vini locali, alla celebre porchetta cotta secondo tradizione, alle fragoline di Nemi, che vengono apprezzate dai palati di tutti i turisti che giungono fino a questo piccolo paesino in provincia di Roma.
Ci troviamo a Nemi, piccolo comune affacciato su due laghi di origine vulcanica, all’interno dei cosiddetti Castelli Romani, un’area conosciuta per la sua autenticità e per la produzione di diversi prodotti tipici locali che fanno parte a pieno titolo della cucina tradizionale romana.

Le fragoline di Nemi: caratteristiche

Le fragoline di Nemi sono un tipo particolare di fragoline di bosco, particolarmente rosse e dal sapore incredibilmente dolce e intenso.
Una volta raggiunta la piena maturazione, queste fragole raggiungono l’apice del proprio gusto, che dal dolce vira verso una nota di acidulo che ne incrementa la freschezza e la delicatezza, non rendendole eccessivamente dolci. Sono inoltre molto preziose dal punto di vista nutrizionale, in quanto ricche di fosforo, calcio e ferro.
Solitamente di dimensioni molto piccole, raggiungono il loro apice nel mese di giugno quando, a Nemi, vengono celebrate durante l’apposita sagra che attira turisti da ogni dove.

La nascita mitologica delle fragoline di Nemi

Secondo la leggenda, le fragoline di Nemi avrebbero un’origine mitologica, che le lega ancor di più al territorio in cui crescono. Si narra infatti che a Nemi sorgesse il tempio di Diana, la dea della caccia e dei boschi.
Il territorio, che sorge su due laghi di origine vulcanica circondati da fitti boschi, era così prezioso per i Romani che l’imperatore Caligola fece costruire due enormi navi direttamente nei laghi, che vennero poi ritrovate centinaia di anni dopo.
In questo contesto pregno di storia e di mitologia, la leggenda attribuisce la nascita delle fragoline di Nemi alle lacrime che Venere versò per la morte di Adone. Lacrime di tristezza e di passione, di color rosso, che rimasero sulla Terra e divennero cibo pregiato per i comuni mortali.
Le fragoline di Nemi nella cucina tradizionale romana
Le fragoline di Nemi vengono ampiamente utilizzate nella cucina tradizionale romana, nella preparazione di deliziosi dessert o anche utilizzate da sole a fine pasto, data la loro dolcezza e il loro sapore fresco e intenso.
Vengono utilizzate per la preparazione delle tipiche crostatine, con una frolla friabile accompagnata da crema pasticcera, ma anche per preparare deliziose confetture o il celebre fragolino, un liquore rosso intenso interamente a base di fragoline di Nemi.

La sagra delle fragoline di Nemi

Ogni anno, la prima domenica di giugno, si svolge la sagra delle fragoline di Nemi, un evento che ospita centinaia di diversi produttori ed è interamente dedicato alla scoperta e all’apprezzamento di questo prodotto tipico e di tutte le preparazioni in cui è coinvolto.
Dai dolci, alle bevande (tra cui anche un tipo di birra!), alle ricette più innovative e particolari, la fragolina di Nemi viene celebrata per la sua dolcezza e per essere uno dei frutti tradizionalmente più amati di tutti i tempi.

La macelleria di Annibale: tra tradizione e cuore

Articolo di Susanna Donatella Campione

 

Annibale è tra i primi a comprendere che i tempi sono cambiati e che non c’è più tempo per le lunghe preparazioni dei piatti di carne tradizionali e così accanto alla coda, alla trippa, al brasato propone piatti già preparati in macelleria con cura e nel rispetto delle ricette originarie, pronti da cuocere, interpretando così le nuove esigenze e consegue in queste preparazioni il diploma di Alta Cucina del Cordon Bleu.
I premi e la celebrità
Vince ininterrottamente dal 1994 al 2001 il premio Gambero Rosso che nel 2016 gli ha conferito anche il premio per trenta anni di eccellenza nell’attività. Tra gli altri riconoscimenti gli viene attribuito il premio Simpatia, conferitogli dal Campidoglio nel 1986.
La sua macelleria storica di Annibale attira clienti e visitatori in cerca di quella “romanità” celebrata dal cinema e rimasta nell’immaginario dei viaggiatori di tutto il mondo. Nel 1997 una delibera del Comune di Roma ha posto su questo locale un vincolo che vieta il mutamento di destinazione d’uso ovvero che vi si svolgano attività diverse da quelle attuali, riconoscendolo parte integrante del patrimonio culturale e del vissuto quotidiano della città.

La macelleria di Annibale: simbolo dell’ospitalità romana

Il cuore pulsante di questo patrimonio è l’antica ospitalità romana che deriva dalla millenaria attitudine della città a comunicare con i popoli più diversi e che da tempo immemorabile fa sentire a casa anche il visitatore che arriva da più lontano.
Questa ospitalità si respira nella macelleria di Annibale che accoglie chi entra con un sorriso e si ferma volentieri a chiacchierare con i clienti, offrendo caffè e biscotti e nelle ricorrenze i dolci tipici della tradizione: frappe e castagnole a Carnevale, la colomba a Pasqua, a volte un piatto di rigatoni con la pajata preparati nel retrobottega per coloro che si trovano nel negozio all’ora di pranzo.
Annibale ha tempo per tutti, riesce a conversare con i clienti e a suggerire ricette anche mentre qualche giornalista lo intervista per un articolo o lo riprende per una trasmissione televisiva. A Roma è una celebrità ma non ha perso la spontaneità che lo ha reso famoso, la capacità di restare in contatto con la gente e soprattutto con la sua città.
La mattina all’alba, prima di aprire la macelleria, si reca nel posto che ama di più: il Giardino degli aranci. Passeggia e guarda Roma dall’alto, a volte fa delle foto della città che ancora dorme.
“È un posto speciale” dice sorridendo “perché è antico, parla della storia di Roma e perché sotto si vede il Tevere che scorre.” 

La macelleria di Annibale in via di Ripetta è un pezzo della storia di Roma che è passato intatto attraverso più di un secolo. Un locale del 1870, con porte in legno massiccio decorate con bronzi scolpiti, bancone in marmo di Carrare e pareti in ceramica, la macelleria di Annibale è un vero e proprio salotto creato appositamente per richiamare l’attenzione della clientela più ricercata.

Annibale è cresciuto a San Lorenzo, quartiere di Roma con vocazione storicamente artigianale e popolato da botteghe di marmisti, bronzisti, fiorai, attività che trovavano impiego anche nel vicino cimitero monumentale del Verano.
Ma più che da queste attività, Annibale è attratto dalla bottega di Gigetto che a San Lorenzo ha una grande macelleria. Quando torna a casa da scuola si ferma a osservare i ragazzi al bancone che tagliano la carne, rispettandone le fibre, assecondando le caratteristiche di ogni singolo pezzo. Finita la scuola, Annibale inizia a lavorare da Gigetto e impara a conoscere il mestiere.
Ma il suo sogno è lavorare in quella macelleria in via di Ripetta, nel cuore di Roma, con la porta d’ingresso in legno massiccio decorata con bronzi scolpiti e il bancone di marmo prezioso.

La nascita della Macelleria di Annibale e la Dolce Vita romana
Nel 1964, acquisita esperienza, Annibale si fa assumere da Talacchi, il proprietario della macelleria. Sono gli anni della Dolce Vita, in cui la macelleria è frequentata da Federico Fellini, Giulietta Masina, Elsa Morante, Vittorio Gassman, Mina, Luigi Magni che è solito sedersi alla cassa tra lo stupore degli avventori; da Monica Vitti che l’ha definita la macelleria più chic d’Europa e poi da Clint Eastwood, Ingrid Bergman e pittori come Vespignani, Schifano, Festa.
In quegli anni, che vengono ricordati come gli anni doro della vita mondana romana, la macelleria di via di Ripetta è un punto di incontro di attori, pittori, scultori, scrittori e il fermento artistico e culturale di quel periodo segna Annibale in modo indelebile.
Questo signore dal carattere solare e i modi eleganti, con una sensibilità acuta per l’arte e la bellezza, appassionato di storia e musica, interessato alle novità, capta le sollecitazioni con le quali quotidianamente entra in contatto e arricchisce il suo mestiere di aspetti inediti dando origine a una figura di macellaio fuori dallo schema, dai canoni ordinari.

L’amore per Roma, per l’arte e per il lavoro

Ma Annibale è anche profondamente e incondizionatamente innamorato di Roma, che conosce nei suoi aspetti più insoliti, ne percepisce gli umori, comprendendone in anticipo i cambiamenti.
Da vero antesignano intuisce che quel negozio, oltre a offrire carni pregiate, è un luogo in cui, mentre si parla di cucina, si può ripercorre la storia della città eterna, conoscerne le tradizioni, la cultura.

 

Nel 1984 acquista l’attività che diviene il suo regno, il luogo in cui si rispecchia, dove a volte la domenica si reca a trascorrere qualche ora in pace e solitudine, un posto per riflettere e trovare nuovi spunti per la sua attività.
Nel tempo nell’azienda entrano a lavorare i suoi figli ai quali trasmette non soltanto il mestiere ma anche la capacità di accogliere il cliente, di ascoltarlo.

 

La vignarola: ricetta del piatto primaverile per eccellenza

Fave, piselli, carciofi e tutti i profumi della primavera, la vignarola è una ricetta tipica della tradizione culinaria laziale che spopola sulle tavole durante la stagione primaverile. Ma cosa la rende così importante e qual è la sua storia?

La vignarola è un piatto tipico della regione Lazio, preparato con ingredienti locali e genuini, secondo la migliore tradizione culinaria. Un piatto semplice ma complesso, poiché mescola insieme diversi tipi di verdure, iniziando da quelle più dure, tutte rigorosamente di stagione e preferibilmente coltivate nel modo più naturale possibile.

Storia della vignarola

Il termine “vignarolo” era il termine romano per designare il contadino, nello specifico quello che lavorava nelle vigne. Sembra, infatti, che questo piatto venisse preparato dai viticoltori della zona quando rientravano in casa, dopo aver trascorso un’intera giornata a lavorare sui campi, utilizzando quindi tutte le verdure appena raccolte. 

Come molti altri piatti della tradizione, quindi, nasce come piatto povero, che mette insieme i frutti della terra e tanto, tantissimo, nutrimento. 

La vignarola oggi

Oggi la vignarola è diventato un vero e proprio piatto tradizionale, che si può consumare nei ristoranti di cucina tradizionale e nelle trattorie. Si tratta di un piatto cui molto spesso vengono fatte aggiunte o piccole modifiche, ma che mantiene sempre intatta la propria identità.

Le verdure, infatti, devono essere sempre di stagione e il più fresche possibile, in modo da garantire l’apporto di nutrienti necessario. Può essere consumata come contorno, per accompagnare secondi piatti, ma anche come piatto unico, con l’aggiunta di cereali come il riso, il farro o l’orzo. C’è anche chi la utilizza per condire dei succulenti piatti di pasta.

La ricetta della vignarola

Ma qual è, quindi, la ricetta della vignarola? Innanzitutto abbiamo bisogno di carciofi romaneschi, piselli freschi, cipollotti, lattuga romana, fave, guanciale, vino bianco, sale, pepe e limone. 

500 grammi di piselli freschi (peso dopo averli sgranati)

500 grammi di fave fresche (peso dopo averli sgranati)

500 grammi di carciofi (peso dopo la mondatura)

1 cespo di lattuga romana

2 cipollotti

100 grammi di guanciale

Olio extravergine di oliva

Brodo vegetale

Sale

Pepe

Menta romana

Pecorino romano quanto basta

 

Una volta raccolti tutti gli ingredienti e puliti adeguatamente, ognuno ha una sua piccola preparazione iniziale. I piselli vanno bolliti, i carciofi invece tagliati a fette. Con la buccia dei piselli e con il cipollotto, nel frattempo, si prepara il brodo vegetale che utilizzeremo per cuocere lentamente la nostra vignarola.

Far rosolare il guanciale con un po’ d’olio, unire il cipollotto e sfumare con il vino bianco. Versare, poi, i carciofi e continuare la cottura lentamente. Una volta cotti i carciofi, aggiungere i piselli bolliti, le fave sgusciate e la lattuga tagliata a listarelle. 

Infine, unire il brodo restante e proseguire la cottura fino ad assorbimento e poi aggiungere sul finale mentuccia e pepe nero. Il risultato è un piatto pieno di vitamine e adatto anche a chi vuole tenersi più leggero, non apportando troppe calorie ed essendo perfetto per inserire le verdure nella propria alimentazione quotidiana, senza rinunciare al gusto.

 

Erbette spontanee in cucina: incontro con Gabriella Nardoni

Le erbette spontanee sono un vero e proprio regalo della terra e contribuiscono a rendere i piatti tradizionali della cucina romanesca sempre più saporiti. Gabriella Nardoni, dell’Azienda Agricola Nardoni, ci parla delle loro proprietà e ci regala qualche ricetta gustosa.

Le erbette spontanee costituiscono una costante della cucina tradizionale romanesca.

Cresciute senza l’impiego di diserbanti e agenti aggressivi, nascono spontaneamente nei terreni, trattati con calce idrata, più idonei che gli restituiscono un sapore selvatico e originale. Si tratta di un vero e proprio regalo che la terra ci fa per ringraziarci di averla rispettata.

Così le descrive Gabriella Nardoni, dell’Azienda Agricola Nardoni, che ci presenta le cosiddette erbe alimurgiche spiegando come riconoscerle e come cucinarle, ricordando che sono un dono del concorso di due stagioni: l’inverno le custodisce offrendogli il periodo di incubazione necessario per nascere spontaneamente in primavera, quando il terreno lavorato è pronto.  

Una tradizione nata dalla necessità

La tradizione dell’utilizzo delle erbette spontanee nasce dalla necessità di coniugare ciò che la natura offriva spontaneamente alla preparazione di pietanze che, altrimenti, non avrebbero avuto il sapore che le contraddistingue.

Si trattava, quindi, di insaporitori naturali a costo zero, che si potevano trovare senza problemi nei campi e che potevano essere accessibili a chiunque. Inoltre, con il passare del tempo, è stato scoperto come queste erbette spontanee avessero proprietà diuretiche e detossicanti.

Erbette spontanee di montagna

Tra tutte le erbe spontanee, quelle di montagna sono le più profumate e caratteristiche, distinguendosi per le loro proprietà e il sapore inconfondibile. 

Erba pimpinella

Partiamo dall’erba pimpinella, profumatissima, una delle erbe aromatiche più utilizzate fin dall’antichità. Il suo nome latino, saxifraga, significa letteralmente “che rompe le pietre”, descrivendo senza troppi giri di parole il modo in cui questa erba spontanea nasce. 

La pimpinella è anche conosciuta come anice o anice verde dal tipico gusto fresco e dolciastro.

Crescione

Il crescione è un’erbetta spontanea dall’aspetto sottile con piccole foglie ovali. Si tratta di un’erba molto aromatica, da un sapore molto caratteristico che va dall’acidulo al piccante. 

Viene utilizzato sia cotto che crudo, principalmente in antipasti e insalate. 

Caccialepre

Molto simile alla cicoria selvatica e al tarassaco, la caccialepre è così chiamata perché sembra che le lepri ne siano effettivamente molto ghiotte. Si tratta di un’erba con foglie allungate e ovali, che sono però prive di peluria irritante.

La caccialepre è nota per il suo effetto antidolorifico e viene utilizzata molto spesso per alleviare il mal di denti.

Cicoria selvatica

La cicoria selvatica è forse una delle erbe spontanee più diffuse e utilizzate nella cucina tradizionale romanesca. 

In cucina viene utilizzata sia cotta che cruda, uno dei modi più noti la vede ripassata in padella con aglio olio e peperoncino. Con la radice, invece, si produce una sorta di caffè che, in antichità, veniva utilizzato a scopo terapeutico.

Radicchi

I radicchi selvatici sono erbe aromatiche dal sapore amarognolo e dalle proprietà leggermente lassative. Si tratta di un’erba dalle proprietà antinfiammatorie, depurative e drenanti.

In cucina vengono utilizzati in insalate o in piatti caldi, come risotti o contorni.

Altre erbette di campo

La lista delle erbette di campo spontanee è (quasi) infinita, tanto che sarebbe davvero impossibile catalogarle tutte. Tra le altre degne di nota troviamo il tarassaco, un’erba altamente diuretica e che somiglia molto alla cicoria selvatica, o le carote e i finocchi selvatici. Ancora, la borragine, il crespino, il papavero e il broccoletto selvatico costituiscono delle eccellenze del tutto naturali e spontanee.

Dove e come raccogliere le erbette spontanee

Saper riconoscere le erbette spontanee commestibili da quelle velenose è il primo passo fondamentale per cimentarsi nella loro raccolta. Si tratta, però, di un passo facilmente aggirabile con un po’ di preparazione e di studio.

Dopo di che, occorrerà munirsi di coltello e un recipiente e avventurarsi nei campi nel periodo giusto, sperando di avere molta fortuna.

Le ricette migliori con le erbette spontanee

Gabriella Nardoni ci regala due preziosissimi consigli su ricette da preparare con le erbette spontanee. La prima è un risotto alle ortiche e mandorle, la cui preparazione risulta molto semplice: si prendono le punte delle ortiche e si fanno bollire, conservando l’acqua per versarla poi sul riso tostato e fatto sfumare con il prosecco. Si aggiungono poi le ortiche frullate e, a fine cottura, olio a crudo, mandorle e una spolverata di parmigiano. 

Un’altra ricetta, invece, riguarda un piatto molto antico preparato dai nostri nonni, tradizionalmente molto povero. Si tratta di erbette miste che vengono lessate e poi ripassate in padella con aglio, olio e peperoncino e poi servite su delle bruschette di pane raffermo. Un piatto, insomma, che ricalca la tradizione contadina e che permette di assaporare i sapori di una volta. 

 

Caffè Trombetta – L’odore del caffè per dare il benvenuto nella Capitale

L’odore del caffè per dare il benvenuto nella Capitale.

Questo è l’intento di Vittorio Trombetta, quando, nel 1890, apre la sua torrefazione di caffè sfuso in via Marsala, nel pieno centro di Roma. Si trova davanti all’uscita della stazione Termini, da cui transitano ogni giorno migliaia di persone. 

Il caffè diventa quindi il simbolo del benvenuto nella città, qualcosa che chi arriva non vede l’ora di concedersi, una coccola dopo un lungo viaggio. E la torrefazione di Vittorio Trombetta diventa un punto di incontro, di convivialità per romani e turisti, dove poter dedicare pochi minuti a se stessi, gustando un ottimo caffè espresso.

La storia del Caffè Trombetta

L’attività commerciale del Caffè Trombetta ha dunque inizio nel 1890. Nel corso degli anni la sua popolarità cresce esponenzialmente, così come il giro d’affari. Negli anni ’60, il nipote di Vittorio Trombetta, Giorgio, subentra a capo dell’azienda. Tra i suoi provvedimenti, lo spostamento della produzione in quello che ancora oggi è lo stabilimento produttivo del Caffè Trombetta, nell’area industriale di Pomezia, in provincia di Roma.

La visione di Giorgio Trombetta si esprime nello sviluppo di un’azienda moderna ed efficiente, dove l’innovazione è all’ordine del giorno e l’investimento sulla qualità delle materie prime è la colonna portante del business. In questa prospettiva, Il Caffè Trombetta è uno dei primi a diffondere nel mercato il confezionamento sottovuoto, metodo che permette di preservare in modo intatto le qualità organolettiche della miscela di caffè macinato.  Questo tipo di imballaggio consente di gustare il Caffè Trombetta sempre al meglio della sua espressione.

Il caffè secondo Caffè Trombetta 

La passione per il mondo del caffè della famiglia Trombetta ha dato vita ad una storia  lunga oltre 130 anni. Da vero leader nel mercato del caffè, Trombetta seleziona sempre le migliori tipologie di chicchi di caffè di alta qualità, tostandole secondo tradizione e macinandole con cura, preservandone l’aroma originario.

Le diverse varietà di caffè vengono selezionate dalle migliori piantagioni, che vanno dal Sud America, all’America Centrale, all’Africa, fino all’Asia, in una filiera che viene perfettamente controllata e analizzata in ogni fase. Le principali varietà in commercio sono l’Arabica, dal chicco allungato e dal gusto dolce, e la Robusta, dal chicco più tondo e dal sapore più forte. 

Il know-how della produzione del Caffè Trombetta viene tramandato di generazione in generazione, seguendo una ricetta ben precisa per il processo di tostatura che permette ai chicchi di caffè di offrire i propri intensi aromi. Rispettando accuratamente questo disciplinare, il Caffè Trombetta è pronto per essere confezionato e venduto, sotto forma di grani o già macinato, ma anche in cialde o capsule.

Il caffè Trombetta oggi

Oggi  il caffè Trombetta è commercializzato dal Consorzio del Sao Café e rappresenta un’importante realtà industriale a livello internazionale. Il Caffè Trombetta è infatti venduto, oltre che in Italia, nei principali mercati esteri, con una capacità produttiva annuale di oltre 6.000 tonnellate. 

Caffè Trombetta continua ad investire sull’innovazione tecnologica e pone una particolare attenzione agli aspetti etici del business, adottando un codice etico che garantisce l’integrità delle proprie relazioni commerciali. Orgoglioso della propria espansione internazionale, da oltre 130 anni il Caffè Trombetta continua a rimanere il punto di riferimento per chi arriva nella Capitale. E il caffè di benvenuto a Roma per eccellenza, da gustare nell’omonimo bar, oggi divenuto uno dei locali più noti del centro. L’ideale per iniziare al meglio la giornata.

I broccoletti di Sezze: alla scoperta del basso Lazio

Tra i prodotti di eccellenza del Lazio, troviamo senza dubbio i broccoletti di Sezze. Li conosciamo perfettamente nella loro versione che approda sulle tavole di ogni trattoria romana: ripassati in padella.

Ma i broccoletti di Sezze rappresentano un prodotto unico e particolare, dal sapore inconfondibile, al contempo dolce e amarognolo.

Broccoletti di Sezze: le tipologie

Esistono due varietà fondamentali dei broccoletti di Sezze, la cui sostanziale differenza sta nel ciclo di crescita. La varietà più antica, infatti, ha un ciclo tardivo e un bulbo che non viene consumato ma lasciato a terra per permettere ad altri broccoletti di germogliare.

L’altra varietà, invece, ha un ciclo più breve ed è il frutto di uno studio contadino che aveva il fine di anticipare la produzione, senza dover attendere per periodi più lunghi.

I broccoletti di Sezze in commercio

Sebbene ormai si riescano a trovare in ogni periodo dell’anno, i broccoletti di Sezze sono tipici del periodo autunnale. È proprio in questo periodo, infatti, che arrivano sulle nostre tavole ripassati in padella con aglio, olio extravergine di oliva e peperoncino, emanando quel profumo che facciamo fatica a toglierci dalla testa.

Vengono solitamente venduti in mazzetti da 7 etti, ma la cosa più complessa nella preparazione dei broccoletti di Sezze è la pulitura. Essa deve infatti essere attenta e paziente, in quanto bisogna separare le parti più tenere – che saranno mangiate – da quelle più dure – che andranno, inevitabilmente, buttate.

In antichità, in realtà, la parte più dura dei broccoletti di Sezze veniva utilizzata per alimentare gli animali, tanto che in alcuni punti erano chiamati broccoletti di vacca.

L’utilizzo dei broccoletti di Sezze nella cucina tradizionale romanesca

La cucina tradizionale romanesca, così come il resto della cucina tipica laziale, fa un ampio utilizzo dei broccoletti di Sezze, in diverse forme.

La più conosciuta, come già anticipato, vede i broccoletti di Sezze ripassati in padella, utilizzando olio extravergine di oliva di alta qualità. Tramite questa cottura, i broccoletti rilasciano tutti i loro aromi più intensi, creando un piatto estremamente semplice ma che merita sicuramente un posto sul podio.

Ma i broccoletti di Sezze non vengono solo ripassati in padella. Sono infatti ottimi abbinati a secondi a base di carne, prime fra tutte salsicce di maiale, magari casarecce. Vengono spesso utilizzati anche nella realizzazione di primi piatti, per condire paste fatte in casa o, ancora, la polenta bianca.

Grazie alle loro proprietà nutrizionali, i broccoletti di Sezze rappresentano un alimento che non dovrebbe mai mancare sulle nostre tavole invernali, in virtù di proprietà depurative, antiossidanti e detossificanti.

 

Curiosità: una pianta letteralmente introvabile

Se c’è una cosa davvero curiosa sui broccoletti di Sezze è la loro reperibilità. Si tratta, infatti, di piante autoctone dell’area mediterranea e, letteralmente, impossibili da esportare altrove.

Qualsiasi tentativo di esportazione, infatti, è sempre fallito nonostante la buona volontà di chiunque abbia provato. Si racconta che quando gli italiani iniziarono ad emigrare in America e in Canada, questi vollero provare a portare con sé questa varietà di broccoletti per poter continuare a mangiarli.

In un momento in cui l’esportazione di un prodotto già cresciuto era letteralmente impossibile, l’idea più geniale fu quella di provare a portare con sé dei semi da piantare. Ebbene, per quanto sforzo si potesse fare, si è constatato negli anni che questa varietà di broccoletti riesce a crescere solamente grazie al clima mediterraneo e alla composizione delle terre di quest’area, rendendone impossibile la coltivazione in altri posti del pianeta.

Gioielleria Serra, pezzi di artigianato che raccontano Roma dal 1920

Oggi ci dirigiamo in Via Margutta, la via degli artigiani, famosa per ospitare da sempre tra le più belle botteghe della Capitale. Abbiamo l’onore di parlare con Alessandro Serra, figlio di Marcello, che nel 1920 apre la sua prima gioielleria in via del Corso.

Nel giro di pochi anni, la Gioielleria Serra ben presto diventa un vero e proprio punto di incontro tra personaggi illustri e le famiglie romane, una certezza nel panorama delle gioiellerie locali. Non solo per l’affidabilità e la professionalità di chi la dirige, ma anche per l’amore che viene messo nel lavoro di artigianato. Tutto questo fa sì che Marcello diventi fornitore ufficiale della Real Casa.

Via del Corso, ci racconta Alessandro, a quell’epoca ospitava i più importanti negozi di Roma, ognuno con delle fantastiche vetrine dove splendevano le creazioni degli artigiani romani.

Negozi di abbigliamento, gioiellieri, orologiai e il famoso Moriondo e Gariglio di cui Alessandro ci racconta un aneddoto. Capitava non di rado, infatti, che dopo aver acquistato un anello da Serra, molte persone decidessero di farlo inserire nell’uovo di Pasqua per creare una fantastica sorpresa, portandolo quindi presso Mariondo e Gariglio.

 

Una Roma scomparsa

“Questa è una Roma scomparsa” sospira Alessandro, lo sguardo pensieroso e la memoria volta ad un periodo luminoso che ormai sembra molto lontano.

Anni dopo, infatti, la Gioielleria Serra è costretta a trasferirsi in Via dei Condotti, il centro della movida. Si andava a Via Condotti per prendere l’aperitivo verso mezzogiorno e per incontrare persone del calibro del Re Costantino di Grecia e del principe Dado Ruspoli che, a mezzogiorno in punto, usciva puntualmente dal suo palazzo con la Ferrari cabriolet.

La situazione odierna

Al giorno d’oggi, la situazione del Tridente di Roma è nettamente cambiata e Via Margutta, pur mantenendo il suo status di via degli artigiani, perde ogni giorno migliaia di visite a causa di una gestione approssimativa della circolazione, come l’istituzione di una ZTL molto restrittiva.

A questa difficoltà nel raggiungere Via Margutta da parte dei locali si unisce poi la mancanza di turisti degli ultimi due anni, che ha trasformato il Tridente di Roma in una zona fantasma, che sembra aver perso la sua vitalità e la sua essenza di punto di ritrovo.

Un angolo fuori dal tempo…

Ad ogni modo, l’ingresso nella Gioielleria Serra ci fa fare un salto indietro nel tempo. Entrando e guardando i suoi famosi gioielli non si può fare a meno di notare che si passa attraverso delle fioriere in cui fioriscono i lauri, vere essenze romane.

Roma, il lauro, e le monete romane. Sì, perché una delle particolarità della gioielleria Serra sono proprio i gioielli con le monete romane, veri e propri pezzi di storia e di artigianato che richiamano non solo alla storia di Roma ma ad una originalità che ormai, anche nel mondo artigiano, è andata perduta.

Le difficoltà del presente, per un attimo, scompaiono davanti alla passione della famiglia Serra per l’arte e per il loro lavoro, facendo dimenticare perfino che ormai, anche in via Margutta, è diventata una lotta anche avere una buona connessione ad Internet.

Roma, il primo Festival del carciofo romanesco: dal 6 all’8 aprile al Ghetto

Corriere della Sera: Ci sarà perfino il gelato al carciofo. Perché nulla di questo prodotto così tipico, tanto da essere definito «romanesco», verrà trascurato nel menu del primo «Festival del carciofo romanesco» della Capitale. Si parte mercoledì 6 aprile alle 11 nella zona dell’ex ghetto: il quartiere ebraico di Roma, per tre giorni, fino all’8 aprile sarà il palcoscenico di questa prima edizione che nella seconda abbraccerà tutta la città.

La manifestazione presenta, inoltre, diversi significati legati a questa icona gastronomica: il carciofo è un prodotto del territorio laziale, che viene così valorizzato e riscoperto, ma è anche un ingrediente fondamentale della tradizione culinaria romana e giudaico- romanesca, oltre che «un alimento cardine della dieta mediterranea» come ha spiegato la dottoressa Silvia Migliaccio, segretario generale della Società di Scienza dell’alimentazione, «base di un corretto stile di vita per preservare la nostra salute partendo dalla prevenzione».

 
 
 
Si inaugura il 6 aprile alle 11 con la partecipazione delle istituzioni partner e della presidente del I Municipio Lorenza Bonaccorsi. E fino all’8 aprile, ogni giorno, a pranzo e a cena, presso i 12 ristoranti del quartiere ebraico aderenti si svolgerà la rassegna gastronomica con un menù speciale a base di carciofo a 35 euro, gelato compreso. E a distinguere l’iniziativa da altre fiere o sagre sarà proprio il luogo dove si terrà l’evento, l’ex ghetto al centro di Roma, dove il carciofo ha trovato le sue prime ricette, per poi diventare orgoglio per i romani e attrattiva per i turisti.

«Riscoprire le nostre tradizioni culinarie – le ricette ed i prodotti del territorio anche riproponendoli in chiave moderna e innovativa è un’opportunità che gli imprenditori devono cogliere» afferma Claudio Pica il presidente della Fiepet Confesercenti – per rilanciare le attività di ristorazione che sono anche cultura e storia antica di generazioni ». «Siamo orgogliosi di ospitare al Portico d’Ottavia la prima edizione del Festival», ha aggiunto Angelo Di Porto, vice presidente Fiepet Confesercenti «un festival che si distingue dalle fiere, perché si svolge all’insegna della degustazione: si valorizza così anche un patrimonio culturale che affonda le sue radici nella cucina povera del ghetto». « Il carciofo romanesco è un prodotto dell’ingegno e della capacità dell’uomo», ha spiegato l’assessore all’Ambiente e all’Agricoltura Sabrina Alfonsi,mentre l’assessore allo Sport Alessandro Onorato ha concluso: «Creare un appuntamento che valorizzi la tipicità della cucina romana è fondamentale per sviluppare l’identità di Roma nel mondo. I turisti cercano sempre di più prodotti di qualità tipici della città per vivere un’esperienza da ricordare»

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