I locali della “Tradizione della Cucina Romanesca”

BOTTEGHE ROMANE

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Prodotti

I prodotti impiegati nella preparazione delle ricette devono essere freschi e variare a seconda della stagione, valorizzando la zona di provenienza Laziale del prodotto e la localizzazione del ristorante.

Il Menù

Il locale deve prevedere e pubblicizzare nel menù una proposta di “Menù degustazione della Tradizione della Cucina Romanesca” completo di primo piatto, secondo, dessert e vino, a prezzo dichiarato facendo riferimento a ricette tradizionali romanesche. Nell’ambito di tale menù è obbligatorio indicare la provenienza Laziale dei principali prodotti utilizzati (località del Lazio, produttore, cooperativa di produttori, consorzio di produttori, associazione di produttori, D.O.P., I.G.T. e prodotto tipico del Lazio) ed è consigliabile provvedere alla descrizione di alcune delle ricette, eventualmente a voce, utilizzate per la preparazione dei relativi piatti. 

 

La Carta dei Vini

Il locale è tenuto ad utilizzare una “Carta dei vini” che contenga nella parte iniziale una presentazione dei vini Laziali. Le proposte di vini Laziali devono inoltre essere anteposte a quelle di vini di altra provenienza.

Servizio, ambiente e promozione del territorio

 Il titolare, anche tramite i propri collaboratori, deve essere in grado di presentare e illustrare i prodotti utilizzati per la preparazione dei piatti e di evidenziare le caratteristiche in modo da valorizzare il territorio e la cultura locale. La presentazione e l’illustrazione è consigliata anche in assenza di esplicita richiesta da parte del cliente.
Il titolare e i suoi collaboratori con la loro consueta gentilezza, cortesia e competenza, si impegnano ad illustrare alla propria clientela il “menù tipico” e le relative bevande con particolare riferimento ai prodotti del territorio.
 All’interno dei locali devono essere individuati appositi spazi adibiti alla distribuzione del materiale informativo relativo ai prodotti Romaneschi ed agli esercizi aderenti al Marchio.
L’esercizio, nel rispetto della normativa vigente, può disporre per la vendita di prodotti tipici locali rientranti tra quelli che è autorizzato a somministrare.

Utilizzo e Promozione del Logo "La Tradizione della Cucina Romanesca"

Il titolare ha il diritto e l’obbligo di utilizzare l’apposito logotipo della  “Tradizione della Cucina Romanesca” (creato per evidenziare l’appartenenza e per facilitare il riconoscimento da parte della clientela) in tutte le proprie comunicazioni (menù, carta dei vini, brochure, dépliant, social media, sito internet, etc.) e posizionarlo all’esterno dell’esercizio in modo tale che sia visibile.
Sarebbe apprezzato e consigliato che il titolare , fatte salve situazioni particolari adeguatamente motivate, partecipasse alle iniziative ed agli incontri proposti dal Comune di Roma o dagli altri Soggetti dalla stessa delegati, al fine di promuovere e valorizzare il progetto.
Sulle carte del menu o su appositi cartelli esposti in modo ben visibile all’interno della sala da pranzo, devono essere riportati tutti i requisiti previsti per l’adesione al progetto “La Tradizione della Cucina Romanesca” e deve garantire la sussistenza di tutti i requisiti durante tutti i giorni di apertura dell’esercizio e nei confronti di tutti i clienti.
Il titolare deve infine sottoscrivere una specifica e formale dichiarazione nella quale attesti:
Il suo impegno in merito all’obbligo del rispetto di tutti i requisiti del progetto;
La sua piena condivisione del progetto e delle connesse finalità;
La sua volontà di adottare tutte le azioni più opportune per la promozione dei prodotti e del territorio;
Il proprietario del Locale ha la consapevolezza, che il logotipo è assegnato con riferimento ad un preciso locale e ad una precisa gestione e che ogni modifica di tali presupposti ne comporta la comunicazione al comitato organizzatore che provvederà all’accertamento che tutti i requisiti siano stati mantenuti. In caso contrario ciò comporta la revoca con conseguente divieto di utilizzo del Marchio.

Testimonianze

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Videoconferenza “Commercio di Roma: Presente e Futuro”- Mercoledì 22 Luglio ore 14.30

Abbiamo il piacere di comunicarvi che la Sindaca di Roma Virginia Raggi ha dato conferma della sua partecipazione alla nostra iniziativa “Commercio di Roma: Presente e Futuro” (QUI IL COMUNICATO STAMPA ) che verrà svolta in modalità Videoconferenza online tra Roma Capitale, i presidenti dei municipi di Roma e i maggiori rappresentanti delle Associazioni di commercio, un gruppo unito di associazioni e reti di impresa rappresentanti di 5000 aziende del commercio romano, al dibattito parteciperanno inoltre, politici locali e nazionali.

“Commercio di Roma: Presente e Futuro”- Mercoledì 22 Luglio ore 14.30

L’incontro sarà fruibile tramite LA NOSTRA PAGINA FACEBOOK (CLICCA QUI)

il giorno 22 Luglio alle ore 14.30 e conterà la partecipazione di tantissime realtà, con il fine di creare una piattaforma di dialogo diretta fra Commercianti e Istituzioni per discutere riguardo alle criticità del Commercio di Roma in questa delicata fase rimodulazione del commercio seguendo le norme di distanziamento dopo il lungo periodo di chiusura causato dalla pandemia del Coronavirus.

Saranno presenti all’incontro oltre alla Sindaca di Roma Virginia Raggi:

Enrico Corcos
Presidente Associazione Botteghe Romane

Monica Paba
Portavoce di Reti di Impresa e Associazioni del Commercio di Roma

Antonio Tajani
Pres. della commissione affari costituzionali Parlamento Europeo

Maurizio Gasparri
Pres. della Giunta delle elezioni e delle immunita’ parlamentari – Senato

Paolo Trancassini
V Com. Bilancio Tesoro e Progr. Camera dei Deputati

Francesco Zicchieri
Parlamentare

Marietta Tidei
XI Com. – Sviluppo economico e attività produttive, start-up, commercio, artigianato, industria, tutela dei consumatori, ricerca e innovazione – Regione Lazio

Marta Leonori
Consigliere – Regione Lazio

Andrea Coia
Pres. Com. IX Commercio – Roma Capitale

Stefano Fassina
Parlamentare e Consigliere Assemblea Capitolina

Enrico Stefano
Pres. Com. III Mobilità – Roma Capitale

Davide Bordoni
Vice Pres. Com, IV – Ambiente Roma Capitale

Andrea De Priamo
Vice Pres. Com, VI – Cultura, Politiche Giovanili e Lavoro – Roma Capitale

Andrea Casu
Segretario PD – Roma Capitale

I Presidenti e gli Assessori al Commercio dei quindici Municipi di Roma Capitale

Modera Claudio Verzola – Ufficio Stampa Associazione Eureca

Al Grottino del Laziale, popolare ristorante ai Parioli

Diamo benvenuto alla Trattoria Al Grottino del Laziale, popolare ristorante ai Parioli

Ristorante di cucina casareccia in viale Romania

Buon cibo, in quantità ragionevoli, al giusto prezzo, se a offrire tutto questo è pure un ristorante ai Parioli allora ci si torna.

A sentire chi c’è già stato, pranzare o cenare alla trattoria Al Grottino del Laziale, a Roma, è come mangiare a casa. È uguale il sentimento di accoglienza, pari è anche il gusto semplice e unico dei cibi tradizionali. 

Botteghe Romane dà così il benvenuto a Enrico d’Angeli, proprietario di questo ristorante romano situato in viale Romania 27. Anche in questo caso Botteghe Romane è orgogliosa per l’ingresso del nuovo socio. Come spesso accade infatti la nostra organizzazione apprezza l’unicità  e le scelte originali nella gestione delle attività commerciali. Botteghe Romane nasce appunto per tutelare le tipicità del territorio nel mondo della ristorazione e del commercio romano. Riguardo a ciò bisogna riconoscere che Al Grottino è molto più di un locale tipico. Questo ristorante ai Parioli specializzato in cucina casareccia, infatti, è uno dei più antichi locali della capitale. 

La trattoria Al Grottino ieri e oggi

Al Grottino deve il suo nome alla piccola grotta naturale dove il suo fondatore, il bisnonno Giovanni, teneva il vino. Aperto all’inizio dello scorso secolo il locale era il punto di ristoro degli operai che lavoravano nei cantieri vicini. A quel tempo l’area che circondava il Grottino era ancora una zona verde.

Oggi lo stesso quartiere è una delle zone più animate della città. Poco lontano ci sono la LUISS Guido Carli, il parco Villa Ada e varie ambasciate straniere. 

L’attuale ristorante però, anche se rinomato, mantiene ancora la vocazione per la cucina di una volta. Questa scelta fa di Al Grottino un vero custode delle antiche usanze del territorio laziale.

I piatti tipici della cucina romanesca

Nel famoso ristorante del quartiere Parioli, dunque, è possibile gustare i primi tipici della cucina romanesca, antiche ricette popolari e piatti ricercati. Troviamo così la pasta all’amatriciana, i rigatoni alla pajata e, assolutamente da provare, la pasta cacio e pepe. Anche tra i secondi sono contemplati veri classici della tradizione romanesca. Immancabili nel menù sono i saltimbocca alla romana, l’abbacchio scottadito, il baccalà.

La tradizione popolare è ai Parioli 

Un felice ritorno al tavolo della nonna possiamo viverlo gustando le alici e pecorino, le rigaje di pollo, gli involtini alla romana. Un salto nel passato lo facciamo anche con le seppie ai piselli e carciofi, con il fegato, con le pesche al vino.

Per chi ama i piatti sofisticati sono da provare le fettuccine con funghi porcini, le pappardelle al cinghiale, gli straccetti con rucola. La vera specialità da gustare sono però le fettuccine fichi e guanciale da accompagnare al vino della casa. Il vino è un altro punto di forza del ristorante, da Al Grottino infatti si beve rigorosamente vino di Velletri.

In questo popolare ristorante ai Parioli però anche i piatti più semplici hanno un tocco speciale. Niente remore quindi ad andare al Grottino semplicemente per un pranzo veloce. Sarà comunque un piacere assaporare i tagliolini pomodoro e basilico, la bistecca di manzo o i petti di pollo.

 

Trattoria Al Grottino Laziale

 Viale Romania, 27 – 00197 Roma (RM)

06 8079807 

http://www.algrottinodellaziale.it/https://www.ristorantecheccoal13.com/

 

L’antica Macelleria Annibale nel cuore del centro storico di Roma dal 1888 offre un servizio curato e carni di prima qualità.

Antica Macelleria Annibale: una garanzia di qualità nel cuore di Roma

Nel cuore del centro storico di Roma, precisamente al numero 136 di via di Ripetta, c’è un negozio d’epoca tra i più antichi della città, risalente al 1888: l’Antica Macelleria Annibale. All’interno si è subito colpiti dagli arredi di fine Ottocento, realizzati con materiali raffinati. Il marmo di Carrara del sontuoso bancone dà l’idea di eleganza immutata nel tempo che rende la macelleria una bottega curata, volta a catturare l’attenzione dei passanti. Tutto qui è immutato, se non per qualche restauro recente che ha interessato le maioliche di Ginori che arredano le pareti. La vetrina del frigorifero, che affaccia sulla strada, mostra i tagli di carne raffinati e lavorati accuratamente. Bistecche, costolette, filetti e lombate, solo per citarne alcuni, arricchiti dai piatti già pronti per la cottura che si trovano all’interno del negozio. 

La cura verso il cliente nell’Antica Macelleria Annibale

Ma soprattutto si può apprezzare la cortesia con cui Annibale Mastroddi e i suoi collaboratori accolgono il cliente. La professionalità di tutta la squadra della Antica Macelleria Annibale garantisce al cliente un servizio curato e attento. A dimostrazione che il cliente è coccolato e ascoltato numerosi sono i regali con cui i clienti dimostrano riconoscenza e gratitudine ad Annibale e la sua squadra, dall’oggettistica pregiata, passando per i cioccolatini. Bisogna poi ricordare che dalla Macelleria Annibale sono passati attori, artisti e divi dello spettacolo che hanno dominato gli anni della Dolce Vita romana. Alcuni nomi? Federico Fellini, Monica Vitti e Marcello Mastroianni. 

 

Annibale Mastroddi: il re della carne 

D’altronde la storia di Annibale Mastroddi racchiude in sé quello spirito di romanità e l’amore per la città eterna. Cresciuto nel quartiere popolare di San Lorenzo, dominato dagli artigiani e dai bottegai ma, sin da subito, Annibale scopre la passione per la carne e la macelleria. Inizia così dapprima come apprendista e, dopo anni di gavetta, approda a via di Ripetta, coronando il suo sogno di gestire una bottega storica nel centro di Roma. La scelta della materia prima rimane il biglietto da visita del negozio, coniugando la tradizione romana con le carni pregiate.

Un servizio che non passa inosservato e che, a distanza di tanti anni, rende ancora orgoglioso Annibale e viene costantemente premiato dai tanti clienti che continuano a servirsi presso l’Antica Macelleria Annibale, dove la passione verso il lavoro si rispecchia nel prodotto che arriva in tavola. 

 

Su’Ghetto. Cucina ebraico romanesca al Portico di Ottavia

Enrico Corcos, presidente dell’Associazione Botteghe Romane è sollecito a organizzare un incontro con il proprietario, Amit Dabush, socio di Botteghe Romane. Chiacchierando di cucina e del locale i due ci fanno scoprire la sua storia assieme alle specialità del menù.

Nel cuore dell’antico ghetto ebraico

Tra i maggiori rappresentanti della cucina ebraico romanesca della capitale c’è il Ristorante Su’ Ghetto, al Portico di Ottavia. Il nostro presidente è sollecito a organizzare un incontro con il proprietario, Amit Dabush, socio di Botteghe Romane. Chiacchierando di cucina e del locale i due ci fanno scoprire la sua storia assieme alle specialità del menù..

Amit, come tutti i nostri soci, è una figura molto attiva nel mondo del commercio romano e della ristorazione capitolina. Il proprietario di Su’ Ghetto infatti assieme ai fratelli gestisce quattro ristoranti nella città Eterna tre dei quali vicini tra loro. 

Amit Dabush può considerarsi un erede nel campo della ristorazione, il nostro socio infatti impara la professione dal padre. 

Un po’ di storia

Viene da lontano la famiglia di Amit e ha una lunga storia. A trasferirsi a Roma per primo è stato il nonno che è arrivato con la famiglia nel lontano ’67. Gli avi di Amit Dabush infatti sono stati costretti a lasciare la Libia qualche anno prima l’ascesa di Gheddafi. Il papà si trasferisce a Israele nel ’68 dove conosce la mamma e assieme danno alla luce Amit.

Ad aprire il ristorante a Roma sono stati proprio i genitori del nostro socio. Negli anni ’80, appunto, la famiglia di Amit apre un locale in via Livorno. Con il piccolo ristorante la mamma e il papà di Amit introducono nel mondo della ristorazione romana le specialità della tradizione mediorientale. I primi piatti del locale infatti erano in prevalenza ricette libiche e israeliane.

Diversi anni dopo la famiglia Dabush apre un nuovo ristorante nell’ex ghetto ebraico e propone l’integrazione della tradizione romanesca con quella giudaica.

 

PARTE I

Cucina romanesca in versione Kosher

Il vecchio locale creato dai familiari di Amit è attivo ancora oggi ed è gestito dal nostro socio e dai suoi fratelli. La famiglia di Amit in tutti i casi ha avuto il merito di fondare a Roma il più antico ristorante dedicato alla cucina ebraico romanesca. Oggi il nostro socio e i suoi fratelli propongono le specialità della cucina romanesca in versione kosher. 

Amit vive felicemente a Roma con la moglie e i quattro figli ed è tornato a lavorare con entusiasmo. Anche lui, infatti, come tutti i ristoratori e gli esponenti del commercio romano ha sofferto la crisi legata alla pandemia.  Da poco, ci racconta felice, ha inaugurato un  nuovo ristorante a Venezia. Ad Amit e ai suoi tre fratelli appartengono del resto anche i ristoranti Ba’Ghetto di Firenze e Milano.

Specialità della cucina ebraico romanesca

Da Su’Ghetto possiamo trovare tutte le specialità della cucina ebraico romanesca, quindi piatti senza pancetta o guanciale. Il menù evita di unire carne e latticini come dispone la disciplina kosher.

Su’Ghetto ad esempio è un ristorante di carne, per cui non presenta nel menù piatti con formaggi. Il ristorante poco lontano, invece, gestito sempre da Amit  è dedicato solo ai latticini. 

Da Su’Ghetto è possibile gustare una carbonara unica fatta con oca affumicata. Un altro piatto da gustare è la deliziosa amatriciana preparata con carne di manzo. Fra le altre specialità della cucina ebraico romanesca nel menù di Su’Ghetto sono da provare assolutamente il carciofo alla giudia e la coda alla vaccinara. Quest’ultima, definita dal presidente di Botteghe Romane “la regina della cucina romanesca” viene preparata nella versione col cioccolato. 

 

La questione dei tavoli all’aperto

L’entusiasmo di Amit lascia il posto solo a una piccola ombra. Il nostro socio infatti rischia difficoltà per lo scadere dei permessi legati ai tavoli all’aperto. Finita l’emergenza Covid infatti il proprietario di Su’Ghetto dovrà ritrattare con il comune la disponibilità dello spazio all’esterno.

PARTE II

Ristorante da Robertino: una perla nel centro di Roma

Nel cuore di Roma, tra le viuzze caratteristiche di Rione Monti, sorge il Ristorante da Robertino.

Ad accogliervi ci sarà la perfetta padrona di casa Roberta sempre gentile, disponibile e pronto ad esaudire ogni vostro desiderio.

Un locale accogliente e familiare, ideale per trascorrere momenti piacevoli in compagnia degli amici o della famiglia. L’ambiente è accogliente e piacevole con un arredamento essenziale e curato.

Il ristorante è dotato di due sale una interna e una esterna dove potrete godere di un’ottima colazione prima di andare a lavoro o rilassarvi per una cena fino a tarda sera dopo aver ammirato le bellezze che la capitale offre.

 

La cucina 

La cucina del Ristorante da Robertino è tipica romana, preparata con ingredienti selezionati e di prima qualità per regalare ai clienti sapori autentici della capitale come la carbonara, la gricia, cacio e pepe, amatriciana e il classico pollo ai peperoni. Per gli amanti del pesce offre ottimi primi e secondi piatti preparati con pesce fresco.

Il menù proposto da Robertino cambia stagionalmente perché tutti i prodotti sono freschi, genuini e a km 0. Inoltre vi è un’attenzione particolare per le intolleranze, troverete anche piatti pensati per i celiaci e vegetariani.

Tra i piatti tipici da non perdere, il ristorante propone “I bottoni ripieni di ossobuco aromatizzati alla gremolata”.

I bottoni sono una pasta fresca fatta a mano con al suo interno un ripieno di ossobuco dal sapore ricco e saporito proprio come vuole la cucina tipica romana.

Un ristorante di lunga tradizione fondato nel 1886 con una rivisitazione e introduzione di piatti “moderni”.

L’eccellente sommelier vi accompagnerà poi nella scelta del vino selezionando per voi dalle cantine il più adatto. Un’ accoglienza familiare dove il cliente si sente coccolato dall’antipasto al dolce.

Ristorante da Robertino é uno dei nostri soci e uno dei migliori protagonisti della ristorazione e del commercio romano.

 

 

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Günther Gelato: una delle migliori gelaterie del mondo

La gelateria romana nella guida del Financial Times

Non le basta figurare tra le migliori gelaterie romane nella guida del Gambero RossoGünther Gelato continua a inventare e a lavorare sodo. Succede così che l’apprezzatissimo locale romano colleziona un altro importante riconoscimento. 

Diversi articoli fa abbiamo parlato della presenza del fondatore di Günther Gelato ai Restaurant Awards del Lazio. Questo articolo lo dedichiamo invece agli elogi che il Financial Times ha rivolto alla nota gelateria romana. Proprio così: lo scorso agosto il famoso quotidiano britannico ha inserito Günther in una guida che annovera il noto locale romano fra le migliori gelaterie del mondo. La recensione, firmata da  Maria Shollenbarger, esalta la qualità e la bontà del gelato di Günther. L’articolo spiega anche il motivo di tanto pregio. L’autrice infatti apprezza l’utilizzo di latte microfiltrato e di ingredienti di origine biologica. Fra i gusti offerti il Financial Times consiglia il pino mugo, preparato con panna e olio essenziale di aghi di pino mugo.

Storia di  Günther

Nella recensione dedicata a Günther Gelato si accenna anche all’origine altoatesina del suo proprietario. Il gusto raffinato e unico dei suoi prodotti infatti è legato in parte alla sua storia personale oltre che a quella della sua gelateria.

L’anima dell’artigiano Günther Rohregger l’aveva già mostrata quando viveva nella sua terra d’origine. Il proprietario di Günther Gelato infatti ha un passato di falegname in Alto Adige. Fin da allora Günther ama intensamente lo sport. Crescere in montagna da sportivi conduce prima o poi a misurarsi con lo sci. La passione e la pratica per questo sport, dunque, fanno sì che anche questa anche questa attività per Günther diventi una professione. Il nostro gelatiere infatti nel passato è stato maestro di sci. Proprio in questo periodo avviene una cosa inaspettata: Günther si innamora e decide di trasferirsi a Roma per seguire la donna amata. Nella capitale Günther si dedica alla produzione di gelato: questo freddo alimento gli ricorda tanto il ghiaccio e la neve della sua terra. 

Nascita dei punti vendita Günther Gelato

Nel 2012 viene così aperto il primo punto vendita in via dei Pettinari: pieno centro storico.

Nella città Eterna il fondatore di Günther Gelato ha scelto con successo di unire la tradizione romana ai profumi e ai sapori della sua terra.  In un secondo tempo però Günther Rohregger va addirittura oltre tutto ciò. I gelati di Günther Gelato infatti oggi includono frutti e prodotti tipici di vari  luoghi, tutti rigorosamente di stagione e di provenienza certificata.

Fra gli ingredienti usati per la preparazione del gelato abbiamo quindi il pistacchio Mediterraneo, la fragola rigorosamente italiana, i limoni di Sorrento IGP. Ricordiamo anche l’utilizzo rigoroso di acqua delle Dolomiti e del cioccolato Domori del Venezuela. Tra i gusti speciali da provare assolutamente c’è Ricotta stregata, con liquore strega, canditi e granella di cioccolato Arriba dell’Ecuador. Ineguagliabile è anche il gusto Zabaione con tuorlo d’uovo, panna fresca, Marsala e Rum.

Questa è la storia che ha fatto del nostro socio Günther Rohregger uno dei migliori protagonisti della ristorazione e del commercio romano.

Botteghe Romane è orgogliosa di segnalare qui i suoi tre punti vendita.Tra questi il primo e il più antico è quello situato in via dei Pettinari 43. Il secondo, aperto nel 2014, si trova in piazza Sant’Eustachio e il terzo, “The Taste Gelato” aperto nel 2015, è in via dei due Macelli.

 

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Caro energia: suggerimenti per negozianti e imprenditori

Le ragioni del caro energia

Il protrarsi del caro energia rischia di mettere in ginocchio nel giro di poco tempo l’intero mondo delle attività produttive. Commercianti e imprenditori di ogni parte d’Italia, infatti, già fragili per via dei due anni trascorsi nella lotta alla pandemia, ora temono l’arrivo del prossimo autunno. 

Proprio dallo scorso anno, con il rallentarsi delle misure di contenimento, negozi e imprese hanno dovuto fare i conti con l’impennata della domanda di energia. La corsa all’acquisto dei combustibili, da parte dei paesi industrializzati, aveva causato l’inevitabile aumento dei prezzi. 

Dallo scorso febbraio, inoltre, al quadro già problematico si è aggiunta la crisi del gas causata dallo scoppio del conflitto russo-ucraino.

La situazione attuale

L’arrivo del prossimo inverno spaventa soprattutto perché la condizione di oggi non è rosea. I contraccolpi del caro energia infatti sono già presenti. L’Istat nel comunicato del mese di luglio attesta l’inflazione per il 2022 a +6,7% per l’indice generale e a +3,3% per la componente di fondo. Solo a Roma sono 1800 le attività già chiuse o in chiusura. Ancora tanti sono quelli che entro la fine dell’anno rischiano il tracollo. 

Le associazioni di categoria sono sul piede di guerra affinché il governo potenzi le azioni di aiuto come i crediti d’imposta e la riforma della fiscalità energetica. In ambito europeo il dibattito è ancora acceso su riforme importanti. Si tratta di iniziative il cui valore supera addirittura la questione del caro energia. Obiettivi come il tetto al prezzo del gas per tutti i fornitori e l’Energy Recovery Fund, ad esempio, segnerebbero un generale rafforzamento dell’Unione in ambito geopolitico.

Altro argomento di discussione in sede europea è la necessità di separare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas. Anche in questo caso non si è ancora approdati a un risultato. Tutto ciò nonostante il governo italiano ponga la questione già dallo scorso gennaio. Commercianti e imprenditori nel frattempo possono pianificare misure finalizzate ad affrontare il caro energia riportando meno danni possibili. 

Misure a breve termine per commercianti.

Fra le misure suggerite dal governo vi è quella del risparmio energetico dove questo è possibile.

Soprattutto i negozi possono:

  • Tenere insegne e vetrine accese soltanto fino all’orario di chiusura del negozio e non oltre.

 

  • Ridurre la dispersione di calore all’interno della loro struttura utilizzando la soluzione della “lama d’aria”. Bisogna cioè installare sulla parete della porta di ingresso un dispositivo, simile ad un condizionatore. Quest’ultimo crea uno scorrimento d’aria a temperatura ambiente tale da formare una barriera che riduce al massimo lo scambio termico tra esterno e interno.

 

  •  Si può limitare l’apertura del negozio in quei giorni e orari nei quali si registra un numero significativo di visite. Questa iniziativa può prenderla il singolo dove è possibile. In alternativa l’esercente può cercare un accordo con le amministrazioni locali tramite le associazioni di categoria.

 

Soluzioni a breve e lungo termine per negozi e imprese

Negozi e imprese possono inoltre

  • Effettuare investimenti per installare porte, finestre e vetrine a taglio termico.
  • Installare luci che garantiscono il massimo risparmio energetico.
  • Investire sull’efficientamento dell’impianto di riscaldamento con caldaie e apparecchiature di ultima generazione.
  • Valutare un investimento su fotovoltaico e solare termico che garantirebbe uno svincolo definitivo, parziale o totale, dai prezzi dei combustibili fossili.

Ricordiamo in merito a ciò che è ancora possibile per commercianti e imprese beneficiare dei vantaggi dell’ecobonus 2022. Quest’ultimo garantisce una detrazione del 65% fino a un tetto massimo di 60.000 euro. È importante però che la spesa sia stata sostenuta entro il 31 dicembre 2022.

Il timo, tra riti magici e dieta mediterranea

Il timo comune – noto con il nome scientifico di Thymus vulgaris – è una pianta appartenente alla famiglia delle Lamiaceae (o Labiateae) ed è molto diffusa in tutta Italia. Il timo ha un comportamento cespuglioso e fusti ramificati che tendono a diventare lignei dopo 4 o 5 anni. Lo stesso apparato radicale è di tipo legnoso. Le foglie del timo comune sono punteggiate, hanno il margine arrotondato e sono di colore grigio-verde, tendente al chiaro nella pagina inferiore. Dalle foglie di timo si estrae il suo olio essenziale. L’odore è forte e molto aromatico; il sapore è leggermente piccante. La raccolta avviene quando il timo è nel pieno della sua fioritura, se lo scopo è quello di destinare il timo alla distillazione; la falciatura si deve eseguire ad una altezza di 5 – 10 centimetri dal terreno, in modo da estrarre più olio essenziale possibile dalle foglie basali.

Per la procedura di essiccazione invece si sistemano i rami all’ombra, sopra a fogli, in un luogo dotato di una buona aerazione. La collocazione sui fogli permette di raccogliere le parti che si distaccano. Il timo fiorisce nei mesi tra giugno e settembre e i suoi fiori sono di colore rosso violetto; la loro caratteristica è raggrupparsi in spighe vicino alle foglie. 

Questa pianta cresce in maniera spontanea in tutto il Mediterraneo fino ai 1500 metri di altitudine, soprattutto in terreni di tipo calcareo e ben drenati. I Paesi in cui è coltivata sono la Spagna, la Francia, il Portogallo e gli Usa; la migliore resa produttiva è al terzo anno di impianto, mentre dai cinque anni tende a lignificare.

La curiosità: un nome per ogni dialetto

Una curiosità sul timo è da rilevare proprio sul nome: si tratta infatti di una pianta nota in molte regioni con un nome diverso per ogni dialetto. Ecco alcuni esempi. In Liguria è noto come tummu e tumetti, in Piemonte come timi, in Lombardia come timm o erba salterella. Nomi diversi anche nelle isole: in Sardegna è nota come tumbu o arrigamu; in Sicilia si chiama tumineddu o timu. In Umbria, amorino. A Roma non ci sono variazioni: il timo è timo.

L’uso del timo: dalle magie d’amore all’uso erboristico

Considerata dai romani una pianta sacra, il timo sin dall’antichità è stato molto apprezzato per le sue proprietà. Il suo fumo era usato nei riti cerimoniali perché considerato disinfettante; le famiglie romane inoltre lo cospargevano sui pavimenti per profumare la stanza durante i loro banchetti. Il timo era anche usato per i riti magici: insieme al miele e al vino, per eseguire fatture d’amore.

Ancora oggi il timo è usato per la sua essenza profumata, ma anche come rimedio naturale contro le infezioni delle vie respiratorie responsabili di tosse e raffreddore; nonché contro disturbi digestivi e fermentazioni intestinali.
Molto ricercato dalle api, il timo era inoltre considerato quasi miracoloso per la sua capacità di aiutarle nella produzione del miele. Le api infatti nell’antichità erano simbolo della primigenia della natura e dell’indipendenza dall’uomo per la loro gerarchia di lavoro completamente al femminile.

Per i greci, invece, il timo era simbolo di vitalità (da thumos, soffio vitale). Il mito narra che il timo sia originato dalle lacrime di Arianna abbandonata da Teseo. Il suo pianto aveva attratto il dio Dioniso, che la sposò e la portò con sé sul monte Olimpo.

Spaghetti al pomodorino fresco, timo e basilico

Una ricetta gustosa in cui si può usare il timo è quella degli spaghetti al pomodorino fresco aromatizzati con timo e basilico, e qualche foglietta di rosmarino. Un piatto veloce e saporitissimo, nella migliore tradizione della dieta mediterranea.

Quando si prevede di preparare questo piatto, l’unica accortezza è di giocare un po’ di anticipo, realizzando l’intingolo di timo e basilico il giorno prima oppure con un anticipo di 2-3 ore se la decisione avviene in giornata. L’intingolo si completa con il rosmarino, il tutto ricoperto di ottimo olio extravergine di oliva. In questo modo si otterrà il migliore condimento aromatizzato a queste erbe.

In una dose per quattro persone, far soffriggere due cucchiai da tavola di pan grattato in padella, con 3 spicchi d’aglio ed olio evo, una spruzzata di aceto, un pizzico di zucchero ed un pizzico di sale fino ad ottenere un composto croccante. Rimuovere l’aglio usato e nella padella pulita versare un fondo di olio abbondante, farlo scaldare e soffriggere un nuovo spicchio d’aglio. Aggiungere il pomodorino fresco tagliato a spicchi. Nel frattempo lessare gli spaghetti molto al dente e terminare la cottura facendoli saltare nella padella con il fondo d’olio. Infine aggiungere il composto di pan grattato per dare il giusto tono di croccantezza.

 

Mirto, quella pianta che profuma di amore sacro ed eterno

Il mirto è una pianta aromatica tipica della macchia mediterranea. Nota anche come mortella, il suo nome scientifico è Myrtus communis. Si tratta di una pianta che era molto apprezzata nell’antica Roma e che simboleggia, per la sua longevità, l’amore. Tradizionalmente infatti era molto usata nei matrimoni, oltre che come essenza profumata.

Le caratteristiche della pianta di mirto

La pianta di mirto si trova in forma di cespuglio o di arbusto; è molto fitto e può raggiungere una altezza variabile tra il mezzo metro e i tre metri. Cresce molto lentamente, ma è una pianta longeva che può diventare anche plurisecolare. 

Il mirto fiorisce in tarda primavera, tra maggio e giugno; si può verificare anche una seconda fioritura tra agost e settembre, mentre i semi – bacche che vanno dal colore nero-azzurrastro al rosso scuro – compaiono e maturano tra i mesi di novembre e di gennaio, persistendo a lungo sulla pianta.

Il mirto si adatta bene anche ai terreni poveri: è infatti una pianta rustica, ma teme il freddo intenso; molto frequente sulla costa mediterranea, con particolare tipicità tra la Sardegna e la Corsica.

Mirto nell’antichità: pianta sacra romana

Nell’antica Roma il mirto era considerato una pianta sacra: secondo Tito Livio, l’Urbe infatti aveva avuto origine nel punto esatto in cui era nato un arbusto di mirto. 

La pianta era consacrata a Venere ed era il simbolo del matrimonio. Le spose, seguendo la tradizione, adornavano il loro capo con le foglie di mirto; le donne che invece partecipavano alle nozze come invitate, se ne cingevano anche le braccia e le caviglie come auspicio di buoni incontri e come stimolo per il desiderio. 

Tra gli amanti c’era inoltre l’usanza, una volta giunto il solstizio d’estate, di cogliere rami di mirto per stringere un patto di reciproca fedeltà.

Insomma il mirto è una pianta sacra romana, con origini antiche e che per la sua caratteristica longevità, può essere associata al matrimonio come a simboleggiare l’amore eterno.

Il liquore di mirto, specialità tutta italiana

Il liquore di mirto è uno dei prodotti che tipicamente si realizza con questa pianta. Si prendono le bacche di colore nero (circa 600 grammi), si coprono di alcol puro a 90 gradi (un litro) e si lasciano riposare per almeno 40 giorni in un luogo buio e fresco. Di tanto in tanto il recipiente deve essere agitato.

Una volta trascorso il tempo necessario, si filtra l’alcol dalle bacche e dagli eventuali residui; si strizzano delicatamente le bacche per ricavarne i succhi e nel frattempo si prepara uno sciroppo facendo bollire un litro di acqua in cui sciogliere circa 600 grammi di zucchero. Far raffreddare lo sciroppo e miscelarlo con l’alcol aromatizzato. Filtrare di nuovo tutto, imbottigliare e lasciar riposare almeno un mese o due, sempre in un luogo fresco.

In alcune zone della Sardegna, che ha assunto il liquore di mirto a prodotto tipico del territorio, lo zucchero è in parte sostituito con una quantità equivalente di miele (di corbezzolo, spesso). 

Da notare inoltre che nelle proporzioni indicate, si otterrà un liquore di mirto di gradazione di circa 45 gradi. Più si aggiunge sciroppo, meno alta sarà la gradazione. Il periodo migliore per produrre il liquore di mirto è l’inverno, tra novembre e gennaio, che corrisponde al periodo di migliore maturazione delle bacche; quando cioè sono di colore nero, ma al tatto non sono ancora diventate troppo dure.

I Pasquini della città capitolina tornano a parlare

Tra i romani sono popolari sei antiche statue cittadine, tutte situate in vari punti del centro storico. Queste statue, tra cui la più famosa è forse quella di “Pasquino”, sono conosciute come “le statue parlanti”. In epoche remote, infatti, quando libertà di espressione e democrazia erano idee completamente assenti dai valori condivisi, queste statue “raccontavano”  l’opinione della gente. Su di loro infatti venivano esposte frequentemente scritte  sferzanti e componimenti satirici. Tanta critica e ironia erano dirette allora ai governanti del tempo in forma rigorosamente anonima. Noi di Botteghe Romane pensiamo che oggi queste statue vogliano tornare a parlare. Perché? Lo raccontiamo nel testo che segue.

 

la bocca della verita

I Pasquini voce del popolo

Roma, anno MMXXII ovvero 2022. Nella capitale e in tutta Italia il degrado politico, sociale e naturale ha raggiunto il massimo livello.

Il popolo è stanco e demoralizzato, non ha più voce e anche quando ha la possibilità di farsi sentire resta inerme. I seggi elettorali sono deserti, assidue voci parlano di una prossima caduta della democrazia, il malcontento è tangibile. Ecco quindi che in questo clima di desolazione decidono di scendere in campo gli antichi messaggeri romani. Sono i Pasquini, quelli a cui al tempo delle angherie papaline veniva affidato il malcontento del popolo. Il tempo dei bigliettini infilati nelle fessure è passato da un pezzo. Sfidando così ogni anacronismo questi antichi portavoce si affidano alle nuove tecnologie. Vedremo quindi i Pasquini inoltrarsi nel mondo dei new media pur di ridare voce ad un popolo stanco, malato e oppresso.

Chi sono i Pasquini? Sono l’espressione dell’anima romana, i detentori di una satira irriverente verso le angherie dei potenti. Rappresentano da tempi remoti la voce di quelli a cui la parola non è concessa. Una prassi quella dei Pasquini che, durante l’epoca dell’egemonia pontificia, diede origine all’espressione “pasquinata”. Questa parola è diventata il nome che indica ogni  epigramma di critica ad intonazione popolaresca.

Ecco quindi che le antiche statue romane si animano per raccontare il nostro tempo, e lo fanno adeguandosi ai nuovi mezzi. Le difficoltà sono tante perché, abituati ai bigliettini in versi, dovranno confrontarsi con i talk show e con i canali YouTube. Bisognerà che imparino a twittare e a gestire una pagina instagram. Anche la lingua sarà un limite per loro: soliti al romanesco o alle loro lingue d’origine, il latino e il greco antico, dovranno fare i conti con arabo e cinese… eh sì, solo gli stranieri ormai se li filano.

I personaggi

MADAMA LUCREZIA – Per tutti La Lucre, bravissima a decifrare “e zozzerie”, come le chiama lei, che puntualmente le infilano nelle fessure, si cimenta in svariati corsi di lingue. Ha anche contattato un avvocato per tutelare la sua immagine e per denunciare le molestie che da anni subisce.

PASQUINO – Il leader del gruppo è a capo di un sindacato che  porta il suo nome e che cerca di tutelare i disabili. Da una vita  in attesa della pensione di accompagnamento fa parte  anche dell’associazione mutilati e si batte per i diritti di  quest’ultimi partecipando attivamente a dibattiti televisivi.  Naturalmente Carta Bianca è il suo preferito.

Il FACCHINO – Per gli amici Luter, data la sua somiglianza con  Martin Lutero. Lui è un rider sempre alle prese con le buche e il traffico di Roma. Il suo sogno nel cassetto è quello di diventare talmente ricco da comprarsi la Società Ferrarelle: pare che sia un retaggio di vite passate.

IL BABBIONE – Da lui si levano le lamentele più accorate. Considerato un “diverso” perché di brutto aspetto ed extracomunitario (gli è pure giunta voce che lo chiamino Il Sileno). Sta frequentando tutti i circoli degli alcolisti anonimi romani di cui si fa anche promotore. Quando non è sobrio, quindi spesso, legge mano e tarocchi, cosa che per altro gli riesce bene.

MARFORIO – Avvocato con un particolare sguardo su problematiche demaniali è l’azzeccagarbugli della compagnia. Vivendo vicino al Campidoglio è informato su tutto quello che accade ai “piani alti”.

L’ABATE LUIGI – Il più moderato del gruppo  soffre di terribili mal  di testa (fu decapitato negli anni sessanta). Prevosto di Sant’Andrea della Valle e padre spirituale e fan di una certa Floria Tosca, una donna di spettacolo, momentaneamente rinchiusa nel carcere di Rebibbia perché pare abbia ucciso un alto funzionario della polizia locale. Il prelato è spesso ospite di talk show ed è in procinto di partire per l’Isola dei famosi in quanto fermento sostenitore di un comitato Me Too.

Le vicende dei personaggi si intrecciano con quelle dei comuni mortali di cui hanno preso le sembianze e sono portavoce.

Piante sacre: il noce – storia, caratteristiche e frutti

Aspetto della pianta

Conosciuto con il nome scientifico di Juglans regia, il noce comune è un albero appartenente alla famiglia delle Juglandaceae. 

Originario dell’Asia Minore la sua diffusione comincia già dall’età del bronzo. Persiani, greci e romani diedero un buon contributo alla sua espansione nel mondo allora conosciuto. 

Il noce può raggiungere e superare i 12/15 metri di altezza, ha foglie larghe, composte e profumate.

Il suo frutto è carnoso con una grossa parte legnosa all’interno che costituisce il seme: la noce, appunto.

Gustose e ricche di proprietà le noci sono da sempre utilizzate sia in cucina che in fitoterapia.

Cariche di grassi polinsaturi e di una discreta quantità di proteine, le noci sono anche ricche di minerali. Tra questi ricordiamo il magnesio, il potassio, il calcio, il ferro, il fosforo, il rame e lo zinco.

Il consumo di noci è utile per rafforzare il sistema immunitario ma anche per garantire la salute di cuore e cervello. 

 

Il noce nel mondo antico

I greci chiamavano il noce “Karya Basilica” cioè “noce regale”, perché pensavano che quest’albero fosse un dono dei re persiani. Presso il popolo ellenico inoltre il noce era legato al mito di Caria e al culto di Dioniso. Il dio dell’estasi e del vino, infatti, secondo la mitologia greca, si innamorò di Caria, figlia del re della Laconia. La storia racconta che le sorelle della fanciulla, gelose delle attenzioni di Dioniso per Caria, furono punite da quest’ultimo. Dioniso infatti trasforma le due giovani donne in rocce. Caria invece, che muore di dolore, viene trasformata dal dio in albero di noci.

L’apprezzamento per le noci, in tutti i casi, prima da parte dei greci e poi dei romani  era legato alle capacità nutrienti di questo alimento. I semi del noce, infatti, diventarono sempre più importanti nell’alimentazione delle zone rurali, costituendo un valido aiuto nei periodi di carestia.

Il nome scientifico della pianta: “Juglans regia”, viene dal latino “Jovis Glans”. Questo nome significa appunto: ghianda di Giove. Ciò lascia intuire l’alta considerazione della pianta fra i romani.

Il noce quindi era legato al culto del potente dio. 

 

Ricetta: Il pangiallo romano

Fra le specialità della cucina romanesca che vedono protagoniste le noci  vale la pena ricordare i pangiallo. Questo dolce infatti ha origini antichissime: risale addirittura alla Roma imperiale. Legato nei decenni passati al periodo natalizio, rischia oggi  l’oblio. Anche nelle abitudini dei romani odierni, del resto, pandoro e panettone hanno sostituito i dolci tradizionali.

Il pangiallo si prepara tritando noci, nocciole e mandorle. Questi semi vanno poi aggiunti a 100 g di miele. L’insieme va quindi amalgamato integrando scorza d’arancia e di limone grattugiati, pinoli e canditi. A questo punto vanno aggiunti 100 g di cioccolato fondente fuso e poi 75 g di farina. Con il composto ottenuto bisogna formare una “palla” usando le mani. Prima di mettere il dolce in forno però occorre preparare la “glassa” per la copertura. Quest’ultima si fa amalgamando due cucchiai di farina con due di olio extravergine e 2 bustine di zafferano. Quando sarà pronta la copertura andrà spalmata sopra la “palla”. A questo punto il preparato si può mettere in forno a 180° per 40 minuti.

 

Ricetta Filetti di baccalà del ristorante Giggetto al Portico

Filetti di baccalà del Ristorante Giggetto al Portico

 

  • Una ricetta della tradizione romanesca

I filetti di baccalà in pastella sono considerati da molti romani il tipico baccalà della capitale. Se parliamo di baccalà alla romana però bisogna ricordare che quello fritto non è l’unica ricetta famosa nella città capitolina. Esiste infatti pure un altro piatto della tradizione romanesca: il baccalà con pomodoro e uvetta.

Nel video parleremo dei filetti di baccalà in pastella: popolari come cibo povero, protagonisti dei menù più ricercati. 

Gustosi e croccanti i filetti di baccalà a Roma sono conosciuti come specialità dello street food. Questo piatto però è allo stesso tempo un cibo raffinato da gustare nei migliori ristoranti. 

In una cena all’insegna della tradizione, i filetti di baccalà possono essere gustati con i fiori di zucca, il carciofo alla giudia o altre specialità della cucina romanesca. Inutile dire che, buoni come sono, vale la pena anche gustarli da soli. A Roma il baccalà fritto è per tradizione un antipasto. In base agli accostamenti, però, ma anche alla quantità il baccalà fritto diventa spesso un vero secondo.

La preparazione

I filetti di baccalà in pastella sembrano costituire una ricetta semplice. Cuochi e amanti della cucina suggeriscono ciascuno un trucco diverso per una ottimale preparazione della pastella. Si sente infatti parlare spesso di farina di riso, acqua gasata o birra. 

Il segreto per cucinare ottimi filetti di baccalà ce lo rivela in realtà Claudio Ceccarelli, proprietario del Ristorante Giggetto al Portico di Ottavia.

Claudio, che ha ereditato dai genitori lo storico ristorante nel ghetto ebraico, presenta la sua ricetta.

Il gestore del Ristorante Giggetto ci fa capire una cosa tanto importante quanto semplice: per cucinare bene questo piatto bisogna conoscere il baccalà. La scelta del pesce al momento dell’acquisto è quindi importante per il gusto che avrà il piatto ultimato.

Claudio definisce quello lavorato al ristorante Giggetto  “il vero baccalà” che corrisponde al pesce intero eviscerato e senza la testa.  Il baccalà preparato nel ristorante di Claudio è di provenienza islandese e pesa almeno 12 kg. Prima di essere lavorato il baccalà della Trattoria Giggetto ha ancora la spina centrale e le “alette” laterali.

La pulitura rappresenta quindi  la prima parte della preparazione del baccalà fritto. Questa consiste nella rimozione delle spine e di parte della pelle. Il baccalà così lavorato va poi “filettato”, cioè tagliato in modo longitudinale.

A questo punto Claudio mostra i filetti  dissalati ormai diventati morbidi. Solo in questa fase, il pesce viene “pastellato”. La pastella presentata da Claudio è molto semplice ed è costituita da farina e acqua. I filetti di baccalà vengono dunque immersi in questo composto e poi fritti. 

VIDEO-RICETTA

Consigli e curiosità

  • Importante è fare colare il composto che formerà la pastella prima di iniziare la frittura. Il filetto non va immerso nell’olio ancora gocciolante.
  • L’olio per la frittura deve avere la temperatura di 170 gradi
  • La frittura di ciascun filetto dura circa 5 minuti.
  • Il baccalà lavorato al ristorante Giggetto proviene direttamente dal paese d’origine ed è unico a Roma. A casa possiamo preparare comunque dei buoni filetti di baccalà in pastella facendo la scelta migliore tra i pesci salati in commercio.

 

pecorino romano

Piante sacre: il fico, storia e caratteristiche

il fico

Il fico, storia e proprietà

Caratteristiche del fico

Il fico è un albero appartenente alla famiglia delle Moraceae, specie vegetali diffuse nelle aree con clima tropicale e subtropicale. È originario dell’Asia Minore anche se la sua espansione interessa tutta l’area del bacino mediterraneo, le Americhe e l’estremo oriente.

Capace di vivere in zone aride ed esigente di luce solare diretta il fico è una pianta longeva, in grado di passare i secoli.

Il frutto prende anch’esso il nome di fico ed è costituito da una parte esterna carnosa e da una polpa molto dolce. 

Ricco di carboidrati, ma anche di fibre, questo frutto ha un alto contenuto di sali minerali come ferro, magnesio e potassio. Fra i nutrienti ricordiamo numerose vitamine tra cui la vitamina C, la vitamina A e diverse vitamine del gruppo B.

Alle foglie sono riconosciute proprietà antinfiammatorie e digestive, anche il loro uso però richiede parsimonia.

Il frutto possiede proprietà emollienti, rimineralizzanti e lassative.

Il fico nell’antichità

La conoscenza del fico è documentata tra le maggiori civiltà antiche del medio oriente. 

Già migliaia di anni fa questo frutto era conosciuto e apprezzato per la dolcezza e le proprietà nutrienti. Presso le antiche civiltà inoltre il fico aveva anche valore simbolico, era considerato infatti rappresentazione di abbondanza.

Remota è anche la fama che celebra il frutto del fico come afrodisiaco e simbolo di fecondità.

La pianta nella cultura greca

Il popolo greco riconosceva il fico come albero sacro a Dioniso, signore dell’estasi e degli stati irrazionali. Questa pianta era pure legata al culto di Priapo, dio della fertilità e della forza generatrice. 

Il fico inoltre veniva impiegato dai greci nella preparazione del formaggio. L’utilizzo di questo vegetale per cagliare il latte, infatti, sembra precedere l’uso del caglio animale.

Il fico nell’antica Roma

I romani si contendono con i fenici il merito di aver diffuso il fico in tutta l’area del mediterraneo.

Secondo gli autori antichi, tuttavia, questa pianta era già presente nella nostra penisola agli albori della civiltà romana. Tra i racconti dei letterati infatti c’è quello in cui Romolo e Remo vengono allattati dalla lupa sotto un fico.

Affreschi e testi antichi, inoltre, documentano il consumo dei frutti nell’antica Roma. Il loro utilizzo infatti era impiegato sia nella cucina che nella medicina.  

I romani mangiavano i fichi appena raccolti, ma anche secchi in conserva. Si narra del consumo di questi frutti uniti al miele come rito beneaugurante. Questo alimento inoltre era raccomandato  come rinvigorente per malati e atleti. 

Pizza e fichi, specialità della cucina romanesca

Giunti ormai nel periodo più avanzato della stagione estiva vale la pena parlare di pizza e fichi, tipico cibo veloce della cucina romanesca. 

Da gustare nei locali, oppure a casa, pizza e fichi è un piatto di origine antica, semplice e gustoso. La sua versione più semplice prevede una focaccia cotta in forno con aggiunta di prosciutto e fichi freschi a spicchi. La preparazione più diffusa invece contempla l’aggiunta di mozzarella per mantenere umida e morbida la pasta. Varie rivisitazioni del piatto suggeriscono anche l’aggiunta di pomodoro e di altri alimenti. Per la sua preparazione si può seguire la ricetta della pizza, oppure si può scegliere una soluzione veloce. Quest’ultima prevede l’aggiunta di prosciutto crudo e fichi a una pizza bianca già pronta.

 

Alessandro Pavan, tabaccaio a Roma in via Merulana

Botteghe Romane dà il benvenuto ad Alessandro Pavan, nuovo membro dell’associazione e tabaccaio a Roma dal 2012.

La nostra Associazione è lieta di accoglierlo tra i suoi soci, tutte figure rappresentative dell’artigianato e del commercio romano.

Il negozio di tabacchi che Alessandro gestisce ormai da dieci anni si trova in via Merulana 245d, storica e centralissima strada della capitale.

La zona in cui il nostro nuovo socio svolge la sua attività, dobbiamo riconoscerlo, è davvero un posto speciale.

Le sue caratteristiche sono tali da influenzare quelle del negozio di Alessandro, quindi anche le scelte della sua gestione.

Resa famosa dal romanzo di Emilio Carlo Gadda, infatti, via Merulana a Roma è una animatissima strada situata nel cuore del centro storico. Posta fra la basilica di San Giovanni in Laterano e la chiesa di Santa Maria Maggiore questa via ogni giorno è centro di gran fermento. In via Merulana troviamo infatti numerosi luoghi di interesse culturale, sedi istituzionali, locali e attività ricettive.

Il negozio di tabacchi di Alessandro è quindi il punto di riferimento di una clientela eterogenea, composta sia da frequentatori abituali che da compratori occasionali. 

I clienti di Alessandro Pavan sono spesso residenti che vanno di corsa fra gli impegni della quotidianità. Di frequente però entra nel suo negozio anche chi si trova in via Merulana per un soggiorno di lavoro o di vacanza. In tutti i casi ciascuno trova nella tabaccheria di Alessandro prodotti e servizi per qualsiasi necessità.

Come la maggior parte dei tabaccai oltre ai prodotti per il fumo Alessandro vende numerosi generi di utilità e conforto e utilità. 

Essere tabaccaio a Roma nel centro storico, però, comporta assicurare un’altissima quantità di prodotti e servizi. Fra le cose vendute da Alessandro troviamo prodotti alimentari, dell’igiene, dell’intrattenimento e titoli per i trasporti pubblici. Ciò non basta, la tabaccheria di Alessandro è anche punto di deposito e ritiro UPS e centro abilitato per il pagamento di canoni e utenze. Il negozio di tabacchi di via Merulana 245d inoltre offre servizi legati alla telefonia, alle attività postali e alle scommesse legali. Punto di forza della tabaccheria di Alessandro però è la piccola libreria che il nostro socio esibisce orgoglioso in vetrina.

Nella sua attività di tabaccaio a Roma però Alessandro è costretto anche ad affrontare i problemi che riguardano la categoria di cui fa parte. 

Tutti i tabaccai infatti lavorano facendo i conti con questioni che necessitano di sostegno pubblico e di riforme. Ricordiamo in merito a ciò i problemi relativi alla sicurezza, oppure alle eccessive tasse e canoni sui servizi prestati. 

Noi di Botteghe Romane saremo a fianco di Alessandro Pavan nel suo lavoro. Faremo questo trasmettendo al pubblico informazioni utili che riguardano la sua attività e sostenendolo negli obiettivi che si è proposto di raggiungere.

Alessandro tabacchi via Merulana 254

Via Merulana 254 – 00184 Roma (RM)

 

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Trippa alla romana, video-ricetta del ristorante Camponeschi

La trippa alla romana è uno dei più saporiti piatti gustati da romani e turisti nei ristoranti tipici della capitale. 

Si tratta di una pietanza dal sapore intenso. Il suo gusto forte viene dall’unione della trippa e del guanciale con il pomodoro, il pepe, gli ortaggi e le erbe aromatiche. Proprio questo sapore deciso rende riconoscibile il piatto come tipica specialità della tradizione romanesca.

Come succede per tante ricette tipiche di vari territori, anche i migliori piatti della tradizione laziale nascono come vivande dei poveri. È proprio il caso della trippa alla romana, ricetta che vede protagonista una delle parti  meno pregiate del bovino. Ricordiamo appunto che la trippa appartiene al cosiddetto “quinto quarto” dell’animale che comprende le frattaglie, la testa e la coda. Si tratta cioè  di quei pezzi che anticamente venivano scartati dalla parte destinata ai nobili e riservata al popolo.

In passato, dunque, per molte famiglie povere, la trippa costituiva un piatto sontuoso perché vicina alla carne e quindi ricca di nutrienti. È  questa la ragione per cui la deliziosa pietanza è stata per molto tempo considerata il piatto del sabato.

In linea con la tradizione è proprio il sabato che tanti ristoranti romani presentano la trippa nel menù.

La trippa alla romana è anche uno dei piatti preparati dal Ristorante Camponeschi, il raffinato locale romano situato a Piazza Farnese. In questa occasione il famoso ristorante ci presenta la sua ricetta.

Con l’aiuto dello chef Luciano La Torre impariamo dunque a preparare la trippa alla romana seguendo le regole della tradizione.

Diciamo subito che la trippa può essere anche ottenuta dal maiale. La tradizione romana però indica come migliore la trippa bovina, cioè i tre prestomaci del bovino: Cuffia, Centopelli e Cordone. 

Importante ricordare gli ingredienti  di questo piatto: trippa, carote, sedano, guanciale, menta romana, pomodoro fresco. Sono solo guanciale, ortaggi ed erbe aromatiche però a costituire il “fondo”, preparato al momento iniziale con un soffritto.  La trippa va aggiunta dopo, quando il primo composto si presenta “biondo”. Prima di inserire altri ingredienti la trippa va fatta rosolare e va sfumata con un po’ di vino bianco. Solo dopo l’evaporazione di quest’ultimo va aggiunto il pomodoro. Va quindi aggiunta la menta e poi, immancabile, il pepe. Quando si decide di preparare la trippa alla romana è importante considerare sin dall’inizio i tempi di preparazione.

La cottura della trippa con gli altri ingredienti infatti richiede almeno quarantacinque minuti.

Durante la cottura è possibile tritare la menta restante in modo da aggiungerla al piatto ultimato.

Il piatto completo presenta un aspetto denso. L’acqua del composto deve nella massima parte evaporare, la trippa però deve restare immersa dentro un condimento fluido.

VIDEO-RICETTA

Consigli e curiosità

Come per molti altri piatti anche nella preparazione di questa ricetta è importante avere a disposizione un po’ d’acqua da aggiungere per diluire e amalgamare. È possibile prepararla appositamente oppure meglio, se presente, usare l’acqua di cottura di altri alimenti bolliti in precedenza.

 

pecorino romano

Alfredo Mollo, meccanico a Roma in via Concordia

ardeauto meccanica

Alfredo Mollo, proprietario dell’officina Ardeauto, è il primo meccanico a Roma diventato membro della nostra Associazione. 

 

Come da nostro impegno verso tutti i soci di Botteghe Romane, oggi presentiamo lui e la sua attività in un’intervista del nostro presidente. La nostra associazione, infatti, che ha già tra i suoi membri importanti protagonisti del comparto commerciale romano, considera come un fiore all’occhiello l’ingresso di questa new entry.

«Abbiamo molti soci, ci mancava proprio un’officina», dice  il presidente di Botteghe Romane ad Alfredo.

Quella del meccanico del resto è una professione speciale. Si tratta di un mestiere “vecchio” che non solo si è conservato nel tempo, ma ha incrementato la sua importanza con la sempre maggiore diffusione delle auto.

L’officina meccanica inoltre fa parte di quelle attività che conferiscono vita e identità a  un quartiere. Il titolare è spesso conosciuto da tutti in zona e sa tutto di ciò che gli accade intorno.

L’officina di Alfredo Mollo si trova oggi in via Concordia 24. Ha al suo interno due ponti sollevatori cosa molto importante perchè di solito le officine con un solo ponte creano file di attesa.  

«Da quanto tempo sei qui?» chiede il nostro presidente, «sono qui dal 2006», risponde Alfredo.

Ardeauto in realtà è un’officina diventata storica nella capitale. Alfredo Mollo ha cominciato a fare il meccanico a Roma nel 1983 dopo numerosi viaggi in giro per il mondo. L’attività si chiama così perché in un primo momento aveva aperto in via Ardea, sempre nella città capitolina. 

Alfredo a Roma a ben guardare si è spostato di poco. 

  1. I viaggi più lunghi li ha fatti altrove, molti anni prima dell’apertura di Ardeauto.

Continua il Presidente

«Dove hai imparato a fare il meccanico?»

«Ho imparato in giro per il mondo (…) sono stato in Iran, Arabia Saudita, Algeria, Libia».

Di certo per la sua esperienza, ma anche per la sua anima di cittadino del mondo, Alfredo è oggi il punto di riferimento di una una clientela eterogenea. I tanti che portano l’auto nella sua officina, infatti, sono sì italiani, ma anche di tante altre nazionalità.

Alfredo Mollo interviene su ogni tipo di macchina come lui stesso racconta. Di certo gli anni lo hanno reso esperto nelle riparazioni, oggi però lavora molto sulla salvaguardia. Buona parte dei suoi clienti che amano la propria auto infatti , dichiara, gli chiede la manutenzione.

Chi vuol rivolgersi ad Alfredo Mollo, il meccanico a Roma in via Concordia, può fargli visita in officina ma può anche scrivergli su Facebook. «La pagina su Facebook si chiama Ardeauto Ardeauto», dice Alfredo al presidente di Botteghe Romane. Sul suo profilo, nel popolare social network, inoltre è possibile vedere tanto del suo lavoro: le auto, la sua officina, gli strumenti che adopera. 

Bene ci lascia intendere, questa presenza su Facebook, lo spirito cosmopolita del nostro meccanico. Facilmente possiamo intuire la sua abitudine a confrontarsi con tutti:i  clienti abituali, i romani che vanno da lui per la prima volta e quelli appena arrivati nella “città eterna” da posti lontani.

 

 

Autofficina Ardeauto

Via Concordia, 24, 00183 Roma RM

06 7720 7208

 

Pasta alla gricia: ricetta del ristorante Angelino ai Fori

La pasta alla gricia è tra i più antichi piatti della cucina romanesca anche se forse un po’ meno conosciuta rispetto alla carbonara o all’amatriciana.

Pochi sanno che la carbonara nasce proprio dalla pasta alla gricia. Come raccontano gli anziani a Roma, infatti, nel 1945, con l’arrivo degli americani, al guanciale e al pecorino si comincia ad aggiungere l’uovo.

Pure l’amatriciana sembra discendere dalla gricia. Questo piatto effettivamente, a ben  guardare, sembra proprio una gricia con aggiunta di pomodoro.

Secondo alcuni intenditori la gricia, a sua volta, deriverebbe invece dalla pasta cacio e pepe. La gustosa ricetta con guanciale e pecorino, infatti, trae origine da una consuetudine radicata un tempo fra pastori e contadini. Costoro infatti, in certe occasioni, aggiungevano a formaggio e pepe i derivati del maiale. Questo avveniva in alcuni periodi dell’anno, quando l’animale veniva macellato.

Nata in ambiente pastorale la gricia a Roma è la ricetta popolare per eccellenza. Prova di questo sono  la sua semplicità e i suoi ingredienti rustici.

I formati di pasta consigliati per preparare questo piatto sono gli spaghetti grossi o i rigatoni, anche se nella cucina casalinga questa regola viene a volte disattesa.

Valerio Mangrici, lo chef del Ristorante Angelino ai Fori ci insegna a preparare questo gustoso piatto con i tonnarelli freschi fatti a mano.

Come ci insegna il cuoco l’ingrediente principe della pasta alla gricia è il guanciale. Il segreto della buona preparazione però è il giusto grado di  croccantezza che quest’ultimo raggiunge. Tra gli ingredienti principali inoltre non deve mai mancare il pecorino.

Tonnarelli, spaghetti o rigatoni alla gricia sono  ben fatti quando presentano l’aspetto di una pasta asciutta. Allo stesso tempo però il condimento deve restare cremoso.

VIDEO-RICETTA

Consigli e curiosità

  • È buona norma aspettare la rosolatura del guanciale per cominciare a cuocere la pasta. Spaghetti, tonnarelli o rigatoni vanno invece sgocciolati bene prima di essere aggiunti al condimento.

 

  • Per assicurare croccantezza al guanciale occorre tirarlo fuori dal tegame dopo la rosolatura e lasciare assorbire l’olio in eccesso.

 

  • Per esaltare il sapore del piatto non bisogna eliminare l’olio utilizzato, bisogna invece sfumarlo con un po’ di vino bianco e poca acqua di cottura .

 

  • Al momento di amalgamare pasta e condimento, va aggiunta solo una parte del guanciale soffritto, l’altra parte va aggiunta al piatto già pronto.

 

  • Nella cucina casalinga l’acqua di cottura della pasta viene regolarmente eliminata con la sgocciolatura. È invece buona norma conservarla perché pochi cucchiai sono spesso utili per la preparazione del piatto.

 

  • Per una buona presentazione dei tonnarelli, o degli spaghetti, si può imitare il gesto dello chef Valerio Mangrici: con l’aiuto di un forchettone da cucina e di un mestolo grande si avvolge l’intera porzione e si lascia scivolare sul piatto.
pecorino romano

Rilancio di via Veneto: fatti, eventi e “Via Veneto Edition”

 

Rilancio di Via Veneto

Sono ormai diversi anni che commercianti e albergatori romani chiedono all’aministrazione comunale il rilancio di via Veneto. La celebre strada infatti, resa famosa dalle pellicole felliniane, ha visto nel corso degli anni affievolire la sua bellezza per colpa di incuria e degrado.

 

La strada della “dolce vita” 

Via Vittorio Veneto, lo ricordiamo, è stata la strada percorsa da Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nello storico film La dolce vita. Al di là della finzione cinematografica però la celebre via è rimasta nella fantasia di tutti come l’emblema della “dolce vita” romana.

Il quartiere che circonda  via Veneto, del resto, è noto per essere stato, negli anni della ripresa economica, il riferimento del jet set internazionale. 

Questa zona della città in tutti i casi è ancora oggi una meta irrinunciabile per chi visita Roma. L’area compresa tra piazza Barberini e Villa Borghese, infatti, mantiene il fascino della Roma mondana con locali alla moda, negozi eleganti e alberghi sontuosi. 

 

Da tempo necessità di un rilancio

Le condizioni di degrado che hanno colpito la zona negli ultimi anni, però, hanno parzialmente danneggiato la sua reputazione. Nei tempi che precedevano la pandemia il grido di allarme degli esercenti denunciava il manto stradale logoro, la segnaletica sbiadita, sporcizia e strutture vandalizzate.

Come ha espresso il celebre fotografo Rino Barillari, nell’intervista rilasciata al nostro presidente, ciò che a Roma era simbolo di splendore, è diventato oggi una “cartolina sbiadita”.

La battaglia di commercianti e imprenditori, tuttavia, sembra che in modo lento ma graduale stia portando a una effettiva rinascita della zona. Ricordiamo i cicli di eventi e iniziative che da tempo promuovono il rilancio di via Veneto. Pensiamo anche al progetto di semipedonalizzazione dell’area e quello più recente del rifacimento dei marciapiedi.

L’evento Via Veneto Edition per il rilancio di via Veneto 

Un traguardo importante nel percorso di rilancio della strada è stato certamente l’evento dello scorso 28 luglio: Roma è di Moda. Via Veneto Edition.

La fine dello scorso mese infatti ha visto la via della dolce vita risplendere di nuovo grazie all’iniziativa promossa da Roma Capitale e dall’Assessorato Moda, Grandi Eventi, Turismo e Sport. 

Un alternarsi di moda, danza e fotografia ha reso ancora una volta via Veneto meta privilegiata della jet society . 

Molto spazio è stato dedicato alla celebrazione del film La dolce vita. Su questo tema la sfilata di  abiti degli anni ’60 creati dalle maggiori case di moda romane. Indimenticabile la presenza della nuova Anita Ekberg: la drag queen Fabio Nocerino. Sul tema della “dolce vita” anche il ciclo di immagini proiettate sullo schermo alla presenza di Rino Barillari.

 

Protagoniste della serata di moda sono state le creazioni dei più innovativi stilisti e designers. Il tema del riciclo e della moda sostenibile ha interessato le maggiori proposte della serata. Su questo versante erano dirette le creazioni di Federico Firoldi, Francesca Liberatore e Guillermo Mariotto. Più vicina alle questioni sociali è stata la proposta di Brunello Cucinelli, premiato a Roma è moda, che ha fatto indossare le creazioni presentate ai propri collaboratori.

Ristorante Giggetto: intervista a Claudio Ceccarelli.

In questa intervista il nostro presidente parla con Claudio Ceccarelli, proprietario della storica trattoria Giggetto, situata al Portico d’Ottavia, cuore dell’antico ghetto ebraico romano. 

reso attori e personaggi importantissimi… e ha preso pure un sacco di botte”. Scherza Corcos, lasciando la parola al noto foto

Fra domande e risposte raccontiamo un pezzo di storia del quartiere e scopriamo i migliori piatti della tradizione romanesca. 

Il dialogo comincia con un accenno di Claudio alla storia dell’area posta a ridosso del Portico d’Ottavia: «In questo ghetto durante la seconda guerra mondiale sono successe tante brutte cose». Poi continua e parla di un antico ristorante, Il Fantino: «In questo ristorante si davano appuntamento i fascisti che venivano a prendere gli ebrei». Ad aiutare i gendarmi nella cattura, prosegue, era la proprietaria del ristorante conosciuta come La Pantera Nera. Claudio descrive i fatti: «Lei li segnalava, li salutava e i fascisti li prendevano e li portavano via. Si è arricchita così, perché le davano dalle cinque alle cinquanta… mila lire». La donna, ripudiata dalla comunità e dalla famiglia, è stata costretta a vivere la deportazione del padre. Quest’ultimo, infatti, ha scelto il destino degli altri ebrei per dissociarsi dalla figlia.

Conclusa questa triste storia Claudio comincia a raccontare la nascita della sua trattoria.

Il Ristorante Giggetto è stato acquistato cento anni fa dal nonno che fino ad allora aveva lavorato come capostazione. «Mio nonno l’ha comprato da un ebreo nel 1923, prima si chiamava Osteria dell’Artigliere» dice Claudio.

Il nonno aveva lavorato alle ferrovie di Velletri dove aveva conosciuto la nonna. 

La nonna di Claudio era una bravissima cuoca e per ciò era diventata una figura importantissima al ristorante Giggetto. Questa bravura in cucina, la nonna, l’aveva poi trasmessa al figlio: il padre di Claudio. 

La mamma di Claudio invece, donna solida e dalle ottime capacità amministrative, aveva trovato posto alla cassa. 

Nell’intervista fra il presidente e Claudio si capisce subito come la qualità della cucina, e del servizio, alla trattoria Giggetto è legata all’esperienza tramandata da generazioni. Si uniscono a questo la passione e l’intenso lavoro dei proprietari: «stiamo attenti, oltre all’andamento del locale, anche ai prodotti che vengono utilizzati». 

Oggi i protagonisti in cucina sono Claudio e suo fratello Marco che assieme tengono viva la tradizione romanesca. I piatti tipici sono vari: «supplì, trippa, coda, pagliata», elenca, Claudio 

Il nostro presidente, conoscitore e amante della tradizione romanesca, chiede a Claudio i piatti preferiti. 

«Noi», risponde Claudio, «siamo famosi e siamo i più antichi rappresentanti del carciofo alla giudia». Specifica poi:«mia nonna ha imparato dagli anziani ebrei del quartiere quando è arrivata qui nel 1923».  A fare la differenza nella preparazione, dice Claudio, è la scelta del carciofo. I carciofi romaneschi sono ideali ma hanno un periodo di raccolta un po’ breve. Si fa un buon carciofo alla giudia però anche con altre buone varietà, in questo modo la ricetta è garantita tutto l’anno. 

Tra gli altri piatti Claudio elenca la vignarola, commentando assieme al presidente la sua ricchezza: «un piatto incredibile, completo, ricco di verdure e legumi». Si parla poi del baccalà della trattoria Giggetto: «noi lavoriamo il “baccalà 12 AA Islanda”, ogni pezzatura di baccalà  fa 12 kg, una primissima qualità che viene a Roma solamente per noi».  

Non può mancare quindi l’accenno alla “regina della cucina romanesca”, come la chiama il nostro presidente, la coda alla vaccinara . Claudio nota come certi piatti della tradizione sono amati dai turisti che hanno pian piano scoperto la cucina storica. 

Fra i piatti tipici,  nota il presidente, è tornata di moda la carbonara. Come c’è da aspettarsi però, aggiunge, non tutti la preparano secondo le regole. «Noi usiamo pecorino romano DOC» sottolinea Claudio, riferendosi alla carbonara del ristorante Giggetto, «lo prendiamo a Monterosi da Buonatavola Sini». Fa piacere a entrambi però notare come un piatto della tradizione romanesca sia diventato negli anni tanto popolare.  

 

PARTE I

PARTE II

La verbena, la pianta magica che proteggeva dai vampiri

La verbena è una pianta perenne usata per scopi officinali ma anche ornamentali per la sua bellezza delicata. Si può coltivare sia in forma di cespuglio, sia come pianta ricadente da cesti sospesi. Dai popoli antichi era ritenuta una pianta sacra, magica, in grado di purificare e, a seconda dell’epoca di riferimento, di tenere lontani poteri maligni e vampiri.

La pianta verbena e le sue caratteristiche

Può essere alta fino a circa mezzo metro ed è dotata di una lieve peluria; il fusto è rigido e legnoso, di forma quadrangolare. La pianta verbena sviluppa dei bellissimi fiori viola e fucsia verso la tarda estate. 

Si trova in crescita spontanea nei terreni umidi, in un clima caldo e temperato; è infatti molto diffusa in Sud America ed anche in Europa, dove però è principalmente presente come pianta coltivata per le sue proprietà erboristiche e per le proprietà terapeutiche dei suoi semi, oltre che per il profumo delle sue foglie. 

Esistono molte specie di verbena, ma la più nota ed ovviamente utilizzata è la Verbena officinalis a scopo principalmente erboristico. Infatti le sue proprietà medicinali sono molteplici: si usa per drenare e come diuretico, ma anche come aiuto contro i calcoli renali; è usata come vermifugo ed ha inoltre proprietà antinfiammatorie e analgesiche; è considerata un antidepressivo naturale e in erboristeria è stata usata per combattere insonnia e nervosismo. Non deve essere usata in gravidanza, perché può favorire le contrazioni.

L’uso principale è sotto forma di decotto o infuso, ma sono molti i prodotti di tipo cosmetico come creme e impacchi a base di verbena per le sue caratteristiche emollienti e rinfrescanti.

Verbena e le sue proprietà magiche

La verbena era un’erba considerata sacra dai popoli antichi. Infatti la consideravano tale gli egizi, e così fu poi anche per i greci e per i romani, da cui veniva usata anche in alcune cerimonie e insieme alle offerte per gli dei.

Con il termine verbena i romani indicavano ciascun ramo di arbor felix che era usato nei sacrifici e per decorare gli altari; oltre a quelli per purificare l’altare di Giove. La verbena era raccolta sulla Rocca Capitolina. 

Nei secoli successivi, durante il medioevo, le proprietà purificanti e magiche della verbena non vennero meno; ma invece di usarla nei riti propiziatori, si credeva avesse proprietà protettive ed era usata quindi con quello scopo. Secondo gli usi e le credenze medievali, infatti, la verbena era efficace contro gli incantesimi delle streghe. Era efficace anche per tenere lontani i vampiri. In questo caso, però, parliamo della verbena odorosa, una delle sue tante varietà. In tempi più recenti è stata ritrovata anche in alcuni riti dei nativi americani.

Usi in cucina: l’aroma simile al limone

In cucina il tipo di verbena più usato è la verbena odorosa. Quest’ultima è infatti la verbena in grado di donare maggiore odore e sapore ai piatti. Il suo aroma è simile a quello del limone. Può essere infatti usata in modo molto versatile: si va dal condimento dei piatti di carne di maiale, selvaggina e volatili insieme alle altre erbe aromatiche come il basilico, il timo, la menta e l’erba cipollina; all’uso di liquori e digestivi e all’utilizzo per aromatizzare oli, aceti e persino dolci come le torte alla frutta.

Rigatoni all’amatriciana: la ricetta di Checco al 13

Dopo la carbonara e la cacio e pepe, l’amatriciana è il piatto che completa la famosa “triade” della cucina romanesca.

Proprio come la carbonara anche l’amatriciana è una ricetta diventata famosa. Questo piatto tipico, pur con modifiche e varianti, viene preparato in tutti i ristoranti e case italiane.

Troviamo il condimento all’amatriciana persino tra i sughi pronti negli scaffali dei supermercati, vicino al ragù alla bolognese e al pesto genovese.

Di città in città, nella preparazione dell’amatriciana, viene spesso usata la pancetta al posto del guanciale, o addirittura lo speck. È nota anche una variante con la cipolla, una con aggiunta di spezie ed erbe aromatiche, oppure con olive e noci.

Questa ricetta in verità è tanto semplice quanto unica e fra i ristoratori romani i segreti tramandati da generazioni fanno la differenza. Lo chef Andrea Ierati del Ristorante Checco al 13 ci fa da guida nella preparazione dei rigatoni all’amatriciana.

Gli ingredienti chiave sono il guanciale e il pecorino. L’azione corretta in cucina prevede la cottura della pasta nello stesso momento in cui si prepara il condimento. Questo procedimento assicura velocità alla ricetta e immediatezza al piatto. L’aggiunta di pochissima acqua di cottura al pomodoro versato sul tegame aiuta ad amalgamare bene pasta e condimento. Mantecare bene infatti è uno dei segreti per ottenere dei perfetti rigatoni all’amatriciana. La preparazione è completa quando il pomodoro risulta denso ma allo stesso tempo abbondante, in modo che la pasta resti bene immersa.

VIDEO-RICETTA

Consigli e curiosità

  • Il guanciale va fatto saltare preferibilmente in olio d’oliva.
  • Quando il guanciale è rosolato l’olio in eccesso va buttato via facendolo colare fuori dal tegame.
  • Il vino bianco da utilizzare è in quantità minima e deve evaporare completamente prima dell’aggiunta del pomodoro.
  • Lo chef amalgama pasta e condimento in modo spettacolare, facendoli saltare ripetutamente senza versare il contenuto dal tegame o sporcare i ripiani attorno. Noi a casa possiamo ottenere lo stesso degli ottimi rigatoni all’amatriciana mantecando gli ingredienti con gesti più sobri.
pecorino romano

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