Lo Stato oramai da molti decenni ha adottato il codice Ateco, spinto dal bisogno di regolamentare in modo semplice e lineare le diverse attività economiche e produttive. Si tratta di una sequenza alfanumerica che permette di classificare, in base al macro-settore e alla specifica categoria, le diverse attività.
Nonostante queste indicazioni potrebbero essere un valore aggiunto all’arredo urbano e alla bellezza della nostra Città, in realtà la normativa si conclude in un dettato sterile che non tiene conto della calda e lunga tradizione che ci contraddistingue.
Roma è la capitale nazionale, politica e storica del nostro Paese che, in quanto tale, deve aspirare a divenire anche capitale culturale tramite dei luoghi di incontro quali bar, ristoranti e caffè letterari, i quali devono essere un punto di riferimento per il confronto e la socializzazione. Per tal motivo l’obiettivo deve essere la creazione di un vero e proprio salotto giardino.

LA TRADIZIONE NELL’INNOVAZIONE

Alle fredde ringhiere di delimitazione dobbiamo preferire le meravigliose fiorerie romanesche fatte ad esempio dalle nostre tipiche palme (Chamaerops humilis) oppure da gelsomini, borragine (Borago officinalis), dal viburno lucido (Viburnum Lucidum), e così via. In pratica, non bisogna dimenticare l’importanza che i fiori hanno avuto nella cultura romana, basti pensare al nome di una delle Piazze più suggestive della nostra Città, ovvero Campo de Fiori.
Dobbiamo quindi riportare la tradizione nella nostra cultura romanesca a partire dall’arredo urbano, attrazione per milioni di turisti, oltre che essere una casa a cielo aperto per noi residenti.
In sostanza, bisogna rivedere completamente il codice Ateco che non deve essere predisposto solo come un mezzo pratico e sistematico nelle mani dello Stato. Ma, dovrebbe essere un patto, un compromesso fatto con la voce del commercio, ovvero la linfa del nostro Paese.

FAI DI NECESSITÀ VIRTÙ

Come ci ha suggerito il nostro socio Enrico Pierri de “Il Sanlorenzo” in un’intervista a lui dedicata bisognerebbe partire dal cambiamento che il Covid ha generato negli usi e nei costumi della gente ridisegnando la nostra cara Città anche in termini di mobilità e viabilità in modo da creare degli spazi da vivere in modo sereno e piacevole tra l’affetto delle nostre amicizie e dei nostri cari. Quindi piuttosto che predisporre normative sul singolo tavolo da esterno, alziamo l’asticella concentrandoci sulla funzionale regolazione e introduzione di dehors qualificati. Infatti tramite appositi interventi europei è possibile creare dei veri e propri Salotti a cielo aperto, aderenti alla linea di eco-sostenibilità oramai in primo piano nelle agende politiche di quasi tutti i governi del mondo.
Non a caso il corrente Governo Draghi ha riservato un intero dicastero alla transizione ecologica. Allora, perchè non cominciare ad agire partendo dal micro? Ad esempio, i funghi riscaldanti e in generale i riscaldamenti per esterno a gas, potrebbero essere sostituiti in modo green da efficienti pannelli solari.

FACTA NON VERBA

Per fare questo però è necessario che l’amministrazione dia un supporto concreto alle nostre botteghe. Un’idea potrebbe essere quella di indire dei bandi, ovvero un proficuo investimento che Roma dovrebbe fare, come una madre farebbe per un figlio. A questi, se ne potrebbero aggiungere altri così da selezionare, tra i migliori architetti, colui/ei che dovrà occuparsi della bellezza dei luoghi che ospitano le nostre botteghe, affinché gli arredi, i tavoli, le sedie e, in generale, i materiali utilizzati esprimano il concetto della romanità.
In conclusione, l’amministrazione deve materialmente impegnarsi per preservare e dar luce alla bellezza della nostra Città, porgendo una mano a chi quotidianamente lavora per la vivacità economica e sociale di Roma. I salotti di Roma potrebbero essere l’inizio di questo nuovo percorso poiché alla sindrome della capanna, ovvero uno degli effetti psico-emotivi del covid, noi vorremmo contrapporre un modo piacevole di vivere gli esterni.