Aspetto della pianta

Conosciuto con il nome scientifico di Juglans regia, il noce comune è un albero appartenente alla famiglia delle Juglandaceae. 

Originario dell’Asia Minore la sua diffusione comincia già dall’età del bronzo. Persiani, greci e romani diedero un buon contributo alla sua espansione nel mondo allora conosciuto. 

Il noce può raggiungere e superare i 12/15 metri di altezza, ha foglie larghe, composte e profumate.

Il suo frutto è carnoso con una grossa parte legnosa all’interno che costituisce il seme: la noce, appunto.

Gustose e ricche di proprietà le noci sono da sempre utilizzate sia in cucina che in fitoterapia.

Cariche di grassi polinsaturi e di una discreta quantità di proteine, le noci sono anche ricche di minerali. Tra questi ricordiamo il magnesio, il potassio, il calcio, il ferro, il fosforo, il rame e lo zinco.

Il consumo di noci è utile per rafforzare il sistema immunitario ma anche per garantire la salute di cuore e cervello. 

 

Il noce nel mondo antico

I greci chiamavano il noce “Karya Basilica” cioè “noce regale”, perché pensavano che quest’albero fosse un dono dei re persiani. Presso il popolo ellenico inoltre il noce era legato al mito di Caria e al culto di Dioniso. Il dio dell’estasi e del vino, infatti, secondo la mitologia greca, si innamorò di Caria, figlia del re della Laconia. La storia racconta che le sorelle della fanciulla, gelose delle attenzioni di Dioniso per Caria, furono punite da quest’ultimo. Dioniso infatti trasforma le due giovani donne in rocce. Caria invece, che muore di dolore, viene trasformata dal dio in albero di noci.

L’apprezzamento per le noci, in tutti i casi, prima da parte dei greci e poi dei romani  era legato alle capacità nutrienti di questo alimento. I semi del noce, infatti, diventarono sempre più importanti nell’alimentazione delle zone rurali, costituendo un valido aiuto nei periodi di carestia.

Il nome scientifico della pianta: “Juglans regia”, viene dal latino “Jovis Glans”. Questo nome significa appunto: ghianda di Giove. Ciò lascia intuire l’alta considerazione della pianta fra i romani.

Il noce quindi era legato al culto del potente dio. 

 

Ricetta: Il pangiallo romano

Fra le specialità della cucina romanesca che vedono protagoniste le noci  vale la pena ricordare i pangiallo. Questo dolce infatti ha origini antichissime: risale addirittura alla Roma imperiale. Legato nei decenni passati al periodo natalizio, rischia oggi  l’oblio. Anche nelle abitudini dei romani odierni, del resto, pandoro e panettone hanno sostituito i dolci tradizionali.

Il pangiallo si prepara tritando noci, nocciole e mandorle. Questi semi vanno poi aggiunti a 100 g di miele. L’insieme va quindi amalgamato integrando scorza d’arancia e di limone grattugiati, pinoli e canditi. A questo punto vanno aggiunti 100 g di cioccolato fondente fuso e poi 75 g di farina. Con il composto ottenuto bisogna formare una “palla” usando le mani. Prima di mettere il dolce in forno però occorre preparare la “glassa” per la copertura. Quest’ultima si fa amalgamando due cucchiai di farina con due di olio extravergine e 2 bustine di zafferano. Quando sarà pronta la copertura andrà spalmata sopra la “palla”. A questo punto il preparato si può mettere in forno a 180° per 40 minuti.